Il Colle e i nuovi
alleati di Renzi

Lo scudo offerto dal capo dello Stato a Matteo Renzi sulla manovra economica è qualcosa di più di un appoggio politico. Se allineato alle dichiarazioni del premier (il Consiglio Ue di fine mese dovrà discutere di crescita) e del ministro dell’Economia (la Ue capirà la Finanziaria espansiva), rappresenta un messaggio forte ai falchi dell’Unione: non si illudano che l’Italia torni indietro sulle decisioni prese dal Consiglio dei ministri.

Giorgio Napolitano dice chiaro che in vista dell’eurovertice di fine ottobre la posizione del governo italiano deve andare in direzione di «un forte rilancio delle politiche di crescita» E Pier Carlo Padoan aggiunge che, dopo tre anni di recessione, la via maestra per abbattere il debito è solo una politica di qualità dello sviluppo: la richiesta di ulteriori aggiustamenti getterebbe il Paese in una spirale recessiva. Dunque, è il sottinteso, la richiesta sarebbe rispedita al mittente senza tanti complimenti.

Una posizione di insolita fermezza giustificata dalla sempre maggiore credibilità che il Rottamatore si sta conquistando sullo scenario internazionale. Il vertice euroasiatico di Milano, all’interno del quale si sono compiuti i primi passi di un disgelo tra Russia e Ucraina (ma non tra Russia e Germania) grazie alla nostra diplomazia, è stato certamente un successo.

Renzi ha retto la scena mentre Angela Merkel ne è uscita senza risultati e anche con più problemi nelle relazioni con Vladimir Putin. Ma soprattutto si sono sgonfiate le proteste delle Regioni nei confronti della manovra, dopo la dura risposta del premier.

E il rimbalzo delle Borse e dello spread ha smentito il pressapochismo di certe analisi che collegavano la sbandata dei giorni scorsi ad un giudizio di merito sulla Finanziaria renziana: come ha spiegato Padoan, la tensione dei mercati non ha niente a che fare con il nostro Paese. Semmai la riforma del lavoro, il taglio delle tasse e la previsione di una ripresa dell’occupazione grazie alla decontribuzione delle assunzioni a tempo indeterminato dovrebbe avviare una tendenza di segno inverso, con la prospettiva di 800mila nuovi posti di lavoro.

Il capo del governo può contare, un po’ a sorpresa, anche sull’appoggio della minoranza del Pd che riconosce il coraggio di certe misure (Bersani, Boccia, Damiano). C’è preoccupazione per il contenzioso con le Regioni: tuttavia è chiaro che la protesta degli enti locali risulta impopolare dopo gli scandali degli ultimi anni (da Penati e Fiorito). Maurizio Sacconi (Ncd) propone che si operi non con i tagli lineari ma con i costi standard, la grande chimera della spending review italiana: giungendo a prezzi unitari della Sanità all’interno delle stesse Regioni, dice il consigliere economico di palazzo Chigi Yuram Gutgeld, si potrebbe coprire quasi per intero l’entità del taglio di 4 miliardi previsto dal governo.

Beppe Grillo parla di una «porcata» che colpirà tutta la sanità e Nichi Vendola di «rozza algebra» di fronte alle quale sarebbe meglio consegnare le chiavi del governo locale a palazzo Chigi. Forza Italia con alcuni suoi esponenti sarebbe tentata di seguirli sulla stessa strada ma ciò in realtà è impossibile: per la semplice ragione, come dicono gli stessi azzurri, che Renzi sta realizzando molto di quanto era previsto dal programma di Berlusconi.

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