Lunedì 10 Marzo 2014

Il declino dell’Europa

si può fermare

Una delle conseguenze più nefaste del mercato globale consiste nella estrema volatilità dei capitali e nella conseguente instabilità dei mercati finanziari che rappresenta una delle cause del lento declino dell’Europa, come si può desumere da questi dati.

Agli inizi degli anni Novanta, l’Europa incideva per il 20% sulla crescita mondiale e ben sei paesi dell’attuale Ue risultavano tra le prime dieci nazioni più ricche del pianeta. Oggi i dati dicono che l’Ue è in grado di generare appena il 5,7% della crescita mondiale e, fatto ancora più clamoroso, nessun paese dell’Ue risulta esserci nei primi dieci paesi al mondo. L’Eurozona appare, pertanto, strutturalmente incapace di governare questa fase del capitalismo la cui dimensione planetaria ha inferto, in modo irreversibile, un duro colpo alla sovranità degli stati. Sarebbe opportuno ricordare che, già nel 2005, il prof. Martin Feldstein, economista dell’Università di Harvard, ebbe a dichiarare che l’euro avrebbe riportato i paesi europei sull’orlo di una crisi mondiale. In più occasioni, anche recenti, il prof. Feldestein non ha esitato a sentenziare che ormai l’euro “è un esperimento fallito”. Pertanto, la domanda che i governi degli Stati dovrebbero porsi è se ha ancora un senso il progetto di un’Europa unita o, meglio ancora, qual’è il senso di “questa” versione caricaturale di Europa che nulla ha che fare con l’unione dei popoli vagheggiata da Jean Monnet e Altiero Spinelli.

Ad oggi, l’Ue resta un indecifrabile ircocervo che ha finito solo per acuire le gravi disuguaglianze sociali già esistenti nei paese membri. In tutti gli Stati dell’unione serpeggia il timore di quello che, tecnicamente, viene definito “break up”. I grandi gruppi industriali e i grandi detentori di capitali si sono già cautelati attraverso la creazione di “fondi neri”, di smisurate proporzioni, nei vari paradisi fiscali. Di contro, il cittadino comune viene lasciato alla mercè di una fiscalità sempre più rapace che finanzia una spesa pubblica di cui nessuno riesce più a governare gli innumerevoli rivoli.

Pertanto, per ridare senso al progetto unitario, dopo la moneta unica si dovrebbe cooperare per una fiscalità comune al fine di elidere ogni forma di competizione tra stati. Se, fino ad oggi, non si può parlare di un vero fallimento dell’euro in senso tecnico, si può certamente parlare di fallimento politico e, soprattutto, morale. Occorre prendere atto che non è certamente questa l’Europa che, per decenni, abbiamo sognato.

L’unione delle genti resta, per ora, una sorta di sogno kantiano che si è interrotto brutalmente a causa del potere autocratico di un’oligarchia finanziaria che resta indifferente davanti al crescente impoverimento dei popoli.

Il problema, pertanto, non è semplicemente quello di “fare i compiti a casa” ma è quello di indurre i partners europei a cambiare registro. Per fare questo, la politica estera del nuovo governo dovrebbe porsi l’obiettivo di creare un asse con Grecia, Portogallo, Spagna e Francia per evitare di trovarci alle prese con un’altra “questione meridionale”, questa volta su scala europea, non meno drammatica di quella italiana che l’Europa ha solo contribuito ad aggravare.

Antonio Dostuni

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