Il museo di Dongo
e la storia d’Italia

Predappio, Salò, Dongo: i luoghi riassuntivi della biografia di Mussolini sono diventati nell’immaginario collettivo i luoghi evocativi della nascita, dell’ascesa e della caduta del duce e, come tali, si sono caricati di suggestioni memoriali conflittuali per antifascisti e neofascisti. Per i primi sono rimasti indelebilmente segnati dalle stigmate di una dittatura che ha conculcato la democrazia, ha inaugurato in Europa la funesta stagione dei regimi totalitari, ha portato infine alla rovina dell’Italia per secondare le sue velleitarie ambizioni imperiali.

Per i secondi, all’opposto, si sono fissati nella memoria come stazioni del calvario di un Grande cui paradossalmente richiamarsi – o ispirarsi – nella battaglia politica del presente. A lungo è sembrato perciò che non ci fosse alternativa tra un oblio carico di condanna e un ricordo gonfio di nostalgia. Non a caso, le tre cittadine in cui si è giocata l’avventura umana del duce sono finite nella lista nera della ritualistica resistenziale e al contrario sono diventate luoghi di culto, in misura e con un rilievo diversi, per i nostalgici.

Quanto sia imbarazzante e controversa la valorizzazione, anzi la stessa persistenza, di un patrimonio urbanistico, architettonico o artistico riconducibile al fascismo lo abbiamo sperimentato noi italiani ogniqualvolta si è riproposto il problema se conservare, ristrutturare o abbattere opere, monumenti, edifici dall’inconfondibile impronta fascista. Eppure, bisognerà risolvere il quesito: se lasciare cioè che questi luoghi, questi spazi, questi monumenti restino stabili occasioni di culto per gli inconsolabili nostalgici del duce e per i suoi sempre risorgenti estimatori o invece se non convenga recuperarli alla memoria democratica della nazione riconvertendo in un patrimonio positivo i segni di un passato negativo.

C’ha provato (il parere può però risuonare interessato, essendo parte attiva con i colleghi Luigi Ganapini e Giorgio Vecchio della Commissione di consulenti storici) l’amministrazione comunale di Dongo allestendo il Museo della Fine della Guerra che cerca di riconsegnare alla riconsiderazione critica le ultime drammatiche fasi della cattura e dell’uccisione di Mussolini che segnano le battute finali della lotta di liberazione.

Il criterio adottato è stato duplice. Rifiuto, anzitutto, di una semplice esposizione di reperti, immagini, proiezioni del tempo che avrebbe finito inesorabilmente per offrire un’immagine quanto meno pietosa, se non indulgente, del dittatore e della dittatura. Adozione, viceversa, di un racconto sviluppato con una ponderata miscela di reperti e di immagini, di ricordi e di testimonianze, di voci, di rumori e di filmati, con monitor che sollecitano il pubblico a compiere un viaggio a ritroso nel tempo, quindi a formulare un giudizio sulla guerra combattuta tra quanti volevano perpetuare un regime totalitario e quanti si battevano viceversa per recuperare il nostro paese alla democrazia. Una proposta museale, insomma, più immersiva che pedagogica, non per questo priva di stimoli per capire e giudicare il passato soppesando il diverso portato storico delle scelte operate dalle parti in conflitto.

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