Lunedì 29 Luglio 2013

Il Papa che cambia

le nostre vite

Accade così: una parola, uno sguardo, un gesto e la vita cambia.

Puoi attenderlo o rincorrerlo quel momento, ma serve poco. Non lo costruisci. Arriva, punto. Come un istante che fa da linea di confine, separando un prima e un dopo.

Papa Francesco rappresenta per molte persone quella parola, quello sguardo, quel gesto.

Evidenza che la cronaca ci consegna in queste ore a comporre quella moltitudine sono soprattutto i giovani, accorsi entusiasti e colorati alla Gmg di Rio per ricevere l’abbraccio commosso di un padre semplice e autentico. Sì, a stupire di Papa Bergoglio è l’autenticità.

La croce di ferro al collo, la chiusura dell’Angelus con l’immancabile «E buon pranzo!», la valigetta nera in aeroporto, l’utilitaria utilizzata per gli spostamenti in Brasile non appartengono a un copione già scritto. Sono simboli che dicono l’autenticità di Francesco.

E si sa i giovani sono affamati di autenticità. Un desiderio ancora più pressante in questi tempi di crisi.

Spaesati e fragili non sanno più dove guardare, quali riferimenti prendere come modello.

Fanno fatica a immaginare il loro futuro, un lavoro, una famiglia. Pur impegnandosi, non riescono a cogliere un segnale di credibilità, a fidarsi della coerenza di un mondo, lasciato in eredità dagli adulti, che troppe volte appare ingiusto, contradditorio - per certi versi - completamente sbagliato. Andrebbe rifatto da capo.

Questo valeva fino a ieri, oggi (molti, non tutti) hanno trovato nella dolce fermezza di un settantasettenne vestito di bianco, un appiglio cui aggrapparsi.

Si sentono un po’ come il loro coetaneo protagonista del romanzo di Joseph Conrad, La linea d’ombra che, davanti alla prima sfida importante della vita, rimane bloccato dalla bonaccia in pieno oceano ma non si rassegna, riuscendo a ricondurre la nave in porto e completare il viaggio. Anche loro hanno resistito alla tentazione di abbandonare tutto; sottrarre coraggio, passione e fatica agli impegni quotidiani e adesso hanno Papa Francesco al loro fianco ad accompagnarli sulla via di un porto sicuro.

Non li lusinga, non dice quello che vogliono sentirsi dire, non proclama frasi a effetto giusto per strappare l’applauso.

Parla il linguaggio diretto della verità e del Vangelo: l’unico che conosce.

Dice ai suoi “figli” di «andare controcorrente», «fare casino» e non consumare «valori avariati». Raccomanda a ogni giovane di «non farsi rubare la speranza».

Anche i più sordi, quelli che fan finta di non sentire ritenendosi estranei all’invito, ora distolgono l’attenzione da altro e si mettono all’ascolto, curiosi ed emozionati. E capita che qualcuno ne rimanga talmente affascinato da provare l’urgenza di raccontare subito la novità di cui è testimone. Con una luce diversa negli occhi si avvicina e, accennando un sorriso, confida: «Ho smesso di pregare da bambino. Mi vergogno un po’ ad ammetterlo: non mi ricordavo più come si fa. Poi l’altro giorno ho ascoltato Papa Francesco, sono rimasto in silenzio e ho fatto un segno di croce». E in un istante la vita cambia.

Alberto Galimberti

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