Venerdì 24 Gennaio 2014

Il Pd nel Pse occasione

per essere europei

Sembra già tutto deciso: prima delle elezioni europee, Matteo Renzi intende portare il PD nel Partito socialista europeo, spazzando via diffusi dubbi culturali e ideali interni, con la stentorea promessa che “entreremo per cambiarlo”.

In realtà, il Pse é un vecchio reperto del socialismo tradizionale ben difficile da cambiare e che più diverso dal progetto renziano dichiarato, non potrebbe essere. Nessuno dei suoi predecessori ha mai osato tanto (la Margherita di Rutelli, da cui proviene, aveva scelto a Strasburgo i liberali), ma Renzi sceglie il Pse per pragmatismo, come luogo di potere internazionale da cui i democratici italiani non vogliono restar emarginati.

Resta comunque un bel paradosso, per un PD che con i socialisti (italiani) ha sempre avuto un rapporto difficile. La svolta sarebbe non sarebbe solo simbolica. Verrebbe infatti intaccato il progetto ventennale del nuovo centrosinistra nato sulle ceneri del Pci e di tutte le sinistre non comuniste.

La nuova prospettiva, insomma, di Prodi e Veltroni, ma anche quella “democrat” vagheggiata da D’Alema in un famoso convegno proprio a Firenze, orientata non certo alle vecchie socialdemocrazie europee ma se mai al Partito Democratico americano di Clinton e Obama.

L’Ulivo stesso era il frutto (acerbo) di questo progetto molto ambizioso, forse troppo, come quando voleva assoggettare una Quercia a cespugli salottieri, senza voti ma con molti politologi al seguito.

Un sogno tramontato, ma con una intuizione giusta: costruire una nuova maniera di essere di sinistra nella modernità. Perché i casi sono due: o sbagliano, i sistemi politici di tutta Europa che si basano tuttora su tre poli di democrazia cattolica, liberale e socialdemocratica, o sbaglia l’Italia priva di strumenti partitici cattolici, liberali e socialisti. Tutti e tre costretti a usare le vecchie denominazioni solo nel recinto di piccoli pascoli tollerati dai partiti maggiori.

Ma potrebbe essere, questa eclisse, un’occasione da coltivare, anziché incollare semplicemente la gloriosa ma polverosa denominazione socialista su un Pd impegnato da sempre a cercare la terra promessa: non una nuova sinistra ma una sinistra nuova. Sono tanti i militanti ed elettori PD che, anche per anagrafe, proprio non si riconoscono nel sole dell’avvenire raccontato dai libri.

O che vedono, nel glorioso labour britannico del giovane Ed Miliband più un’utopia minoritaria alla Vendola che il neo blairismo di Renzi.

L’espediente per uscirne potrà essere quello di minimizzare, di far prevalere il realismo a fini di potere europeo, magari di cambiar nome, esportando a Bruxelles il gattopardismo italico.

Una finzione, insomma, ma rischiando di allontanare ambienti cattolici e laici che al Pd hanno portato un voto d’opinione decisivo nel bipolarismo.

Ma , se si vuol fare suo serio, il socialismo é una cosa diversa dal Pd. Ieri, il dialogo tra socialisti democratici, cattolici e liberali é stato fecondo. Oggi radici così diverse possono ancora essere di arricchimento per la metà della politica italiana non conservatrice. Sarebbe un peccato scegliere un marchio vecchio e buttar via questa occasione di essere - noi italiani – più innovativi degli altri.

Beppe Facchetti

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