Il ruggito tardivo

di Letta ex mite

Non si diventa per caso uno dei più grandi statisti del ’900 (Renzi non si crucci: ha tutto il millennio davanti). Ma se Winston Churchill, sosteneva che la politica è sangue e altro materiale organico, qualche ragione ce l’aveva pure.

Deve esserne ricordato anche Enrico Letta durante quei 17 secondi che hanno fatto il giro del mondo, oscurando in parte le due ore abbondanti di melassa in diretta tv con cui sono state condite la cerimonia del giuramento e il primo Consiglio dei ministri dell’era Renzi. Tra i gridolini compiaciuti delle conduttrici e lo analisi compiacenti dei politologi (per tacer degli auguri del c.t. della nazionale Prandelli), sembrava di essere nel paese di Hansel e Gretel con le case di zucchero e cioccolato. Poi per fortuna è arrivata la strega, anzi lo stregone stangone Letta.

Una sequenza memorabile. Sguardo dell’ex premier ovunque tranne che in direzione del successore, la campanellina simbolo del potere buttata letteralmente nel palmo di Renzi, rapida stretta di mano interrotta dalla repentina uscita dalla sala dell’ex presidente del Consiglio. Il nuovo capo del governo sarebbe rimasto lì con il braccio destro a penzoloni se non fosse stato per un provvidenziale funzionario lesto a prendere tra la sua la mano del premier. Per fortuna ci sono sempre in giro nei palazzi funzionari che raccolgono gli arti sospesi a mezz’aria. Ma ormai Letta aveva raggiunto il suo scopo. Far capire a Matteo e al mondo che a lui, amante del basket, la staffetta non è mai piaciuta. Soprattutto quella in cui chi deve raccogliere il testimone ti fa lo sgambetto.

Diciassette secondi per ricordarci che anche il politico è uomo, che può soffrire e odiare anche per una poltrona sfilata, sia pure nella rassicurante certezza che prima o poi gliene porgeranno un’altra. Ma la faccenda tra Enrico e Matteo, due ex enfant prodige di una Dc declinante, non è una questione politica. È un fatto personale. Una palese disistima del primo nei confronti del secondo ricambiata neppure troppo cordialmente. Nessun passaggio di consegne tra capi del governo era mai stato così teso. Neppure quello tra Prodi e D’Alema, anche se il Professore forse sarebbe saltato al collo del successore. E neanche quello in cui un Berlusconi sfrattato da palazzo Chigi con modalità inconsuete, cedeva la campanellina a Monti, già tutto compreso nel ruolo di statista, poi mancato (come statista, ovviamente).

Però, al di là del riuscito intento maligno di Letta, consapevole che se una cosa così la fai davanti ai riflettori attenua le altre luci del cerimonale, viva la sincerità.

Certo, lo zio Gianni avrà fatto un balzo sulla sedia, ma per una volta, l’imperturbabile, felpato, istituzionale e mite Enrico, in apparenza un tenero Giacomo della politica italiana, ha smesso i panni di democristiano.

Però se lo avesse fatto prima, magari quella campanellina sarebbe ancora lui a farla suonare. E non un Renzi che mentre la scuoteva sembrava un bambino il giorno di Natale. Nonostante il dispetto di Enrico.

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