Il sindaco di Cantù,  la politica e il Nord

Il sindaco di Cantù,

la politica e il Nord

Com’era? Ah già. “Prima il Nord”. Primo casomai. A pagare. La Lombardia soprattutto. Perché non è che servisse l’emerita associazione Cgia di Mestre per rivelarci che siamo i più tartassati d’Italia, con una media di 11.386 euro a persona versati ogni anno per i vari balzelli. Molti, di fronte a questa cifra ci metterebbero la firma, ma si sa che le medie sono come i polli di Renzo: in teoria ce n’è uno a testa, in pratica qualcuno se ne pappa due e un altro digiuna. Così come ci sarà chi paga molto più della media e coloro che, per varie ragioni, sono no tax. Se però la tendenza nazionale è attorno agli 8

mila euro e quella (media) dei siciliani di 5,598 tutto si tiene. Anzi non si tiene nulla o poco di quello che si dà sul territorio.

Alcuni giorni fa, la valente collega Maria Castelli ricordava che il nocciolo della sepolta “questione settentrionale” erano le 18 lire che tornavano da Roma su 100 dirette verso la capitale. Poi è arrivato il federalismo fiscale a far calare l’oblio, ma ad occhio le cose non sono migliorate. Piuttosto il contrario. Come dare torto (al netto degli insulti) perciò al pugnace sindaco di Cantù, Claudio Bizzozero, che queste cose le diceva anche prima di cingere la fascia tricolore, quando si scaglia contro coloro che ci hanno ammorbato di promesse per anni, salvo poi sparire e godersi i frutti di quanto non mantenuto.

Delle questione settentrionale non si parla più. Il federalismo fiscale che ne è scaturito è un “tacon peggio del buso”, anche se nessuno osa dirlo perché, a vario titolo, il cappello ce lo hanno messo sopra un po’ tutti.

Fatta la diagnosi, però, anche nel caso di Bizzozero, manca la prognosi. Come venirne fuori? Chi ha in tasca la ricetta vincente per ridurre l’oppressione del fisco su famiglie e aziende? Nessuno alza la mano.

La questione allora, più in generale, si può allargare a quanto sta accadendo in questi giorni. Dall’elezione di Mattarella con il metodo Renzi, alla resa dei montiani di Scelta Civica profughi richiedenti asilo al Pd, si segnala un prepotente ritorno di quella che era diventata ormai solo “una cosa sporca”: la politica. La mitica società civile che doveva risolvere le cose spazzando via questo ceto inetto, corrotto, cresciuto e pasciuto dalle segreterie dei partiti ,alza bandiera bianca. Il passaggio è simbolico anche in chiave semantica: si migra da un’aggregazione che contiene il termine “civica” a una appellata come “partito”, una parola che sembrava bandita. I vari montezemoli sempre in attesa della chiamata per salvar la Patria si sono allontanati dal telefono. Segna il passo anche l’antipolitica. Le stelle di Grillo non sembrano più come quelle di un vecchio spot della Negroni, milioni di milioni. Resiste Salvini anche perché, non a caso, è alla testa del più vecchio partito d’Italia. Il sindaco di Cantù più che anti politico vuole essere post politico. Rappresentare forse una sorta di terza via che parte dal livello istituzionale più vicino ai cittadini, quello dei sindaci appunto, e si propone di aggregarli per scalare i piani superiori. Questo ritorno della politica però non va nella direzione auspicata da Bizzozero o forse sì se si pensa che, alla fine, l’uomo del momento (e lo sarà ancora per un bel po’) ha preso le mosse da un municipio, quello di Firenze. Però si è appoggiato alla politica, anche la più feroce, per farsi largo.

È vero che le idee camminano sulle gambe (o sulle facce per chi ama il Lombroso) degli uomini che le rappresentano. Ma l’esperienza, anche di questi ultimi vent’anni, ci insegna che senza la politica quella alta, magari depurata dai tanti indegni figuranti, spesso è l’unica soluzione per interpretare i bisogni sociali. Le altre le abbiamo tentate ormai quasi tutte. Il risultato è quello che ci sbatte in faccia la Cgia di Mestre: la questione settentrionale vive e lotta in mezzo noi.

f.angelini@laprovincia.t

@angelini_f

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