In cina c’è spazio

a un patto, anzi due

Se davvero, come profetizzava Dostoevskij, sarà la bellezza a salvare il mondo, Como avrà anche in futuro un piccolo ma non insignificante ruolo da giocare, un messaggio da trasmettere, una tradizione da traghettare.

Ci vuole certo una buona dose di ottimismo per esserne convinti in una situazione come quella che stiamo vivendo, ma è insieme ottimismo della speranza e ottimismo della ragione. A quest’ultimo in particolare ha fatto appello, nel corso della conviviale prenatalizia del Lions Club Como Host, il cavalier Mario Boselli, simbolo vivente della parabola del gusto e della moda italiani degli ultimi anni, in una conversazione dedicata appunto al futuro di un’attività – quella legata alla seta - che nel territorio e nella cultura del Comasco ha profonde radici.

Il discorso di Boselli, reduce da un recente viaggio in Estremo Oriente, ha indicato nella Cina il gigantesco laboratorio nel quale sta prendendo forma un futuro disegnato da un’innovazione massiccia e pervasiva, capace di modificare profondamente consolidati sistemi di produzione e di distribuzione. C’è, in questo processo, ancora spazio anche per noi? La risposta è sì, ma ad alcune condizioni. La prima è che si riesca a fondere creatività e tecnologia in un mix destinato a fornire alla fascia alta del mercato mondiale un prodotto non imitabile. La seconda è che questo accada in una dimensione che contrapponga al colosso orientale un’Europa che non si rassegni più ad essere il vaso di coccio destinato a perdere in ogni caso, una grande area che vada dall’Atlantico alla Russia e che comprenda anche quei Paesi del sud del Mediterraneo che non possono essere condannati a un futuro di fornitori esclusivi di immigrazione clandestina.

È dentro a questo disegno globale che occorre definire il proprio ruolo. E per quanto riguarda la moda italiana e la seta che ne è parte essenziale, la carta migliore da giocare è il valore aggiunto di una cultura che diventa parte irrinunciabile e tratto distintivo del prodotto. In una terra dove non c’è bambino che non abbia una bisnonna o una prozia che ha progettato, disegnato, prodotto o venduto un tessuto di seta, cosa sia esattamente questa cultura è forse difficile da definire, certo è che esiste e si manifesta inequivocabilmente. Ad essa bisogna affidarsi con la stessa fiducia che animava i pionieri della tessitura, fuggendo i compromessi e continuando a fondere qualità e fantasia, senza voltare le spalle a vecchi sogni che non tramontano e suggestioni di un’eleganza che cambia nel tempo ma non finisce mai di esercitare il suo fascino. Certo, tutto questo ha un costo, di produzione e quindi di vendita, ed esclude perciò larghe fasce di mercato, ma – secondo Boselli – è un costo che non può non essere affrontato senza tradire la ragione stessa di questo lavoro: produrre bellezza, in una città e in un territorio che rispecchiano fedelmente questa immagine. Discorso quanto mai convincente fra gli stucchi e gli affreschi della Sala Bianca del Casino Sociale, nel riflesso delle incantate luci natalizie sull’abside del duomo.


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