Industriali, l’orgoglio:

licenziato mai nessuno

In questi giorni da autunno caldo che più freddo non si può fanno rabbrividire certi scontri verbali dettati da una visione ideologica dei problemi del lavoro e dell’impresa. Vale forse la pena di ricordare che qui, in questa terra di gente che lavora, la guerra totale sull’articolo 18 risulta incomprensibile.

Le nostre aziende, con meno o più di quindici dipendenti, hanno quasi tutte una dimensione umana. Tanto che l’orgoglio dei nostri imprenditori è sempre stato quello di poter pronunciare la frase: «Io non ho mai licenziato nessuno».

Lo dicevano quando avevano un po’ di confidenza con l’interlocutore e sapevano che questa frase non sarebbe stata scambiata per superbia o vanagloria. Al giornalista spiegavano la storia dell’azienda e spesso si iniziava dal nonno, talvolta dal papà che era partito dal nulla, si era dato da fare e con tanti sacrifici si era costruito una posizione. Il dopoguerra, gli anni del boom economico, poi gli anni Ottanta, Novanta e la crisi che ha toccato un po’ tutti. Loro, la seconda o la terza generazione, andavano avanti con lo stesso spirito dei fondatori. In giro per il mondo a mostrare tessuti, mobili, campioni, pezzi di metallo, prodotti alimentari e tutto quanto rende forte il nostro sistema economico.

Le aziende si ingrandivano o si rimpicciolivano a secondo di come andava il mercato, di come erano le stagioni. Anni che non si faceva fatica a cambiare lavoro. Anzi, qualche volta le imprese si rubavano i dipendenti migliori. Certo, i più bravi se li tenevano ben stretti.

Perché qui gli imprenditori i collaboratori li assumevano personalmente. Li conoscevano tutti per nome, sapevano chi erano, da quali famiglie venivano e quali problemi avevano. Le aziende avevano una dimensione umana perché erano un po’ come grandi famiglie. Molte anche oggi sono proprio così. Anche adesso succede a qualche industriale di vedere il dipendente con il volto triste e al momento giusto chiedergli cosa c’è che non va e fare il possibile per risolvere il problema familiare: gli orari, magari l’asilo per i figli, a volte anche qualche prestito.

E se qualche dipendente va via, magari dopo averlo scelto, seguito e formato per anni, ci restano male.

Non è un mondo idilliaco: e che qui non ci sono vere multinazionali, ma davvero le aziende sono quasi tutte familiari. Non è che da noi non ci sono stati e non ci sono problemi. Ci sono scontri e tensioni anche qui quando le cose vanno male e l’azienda per sopravvivere è costretta a ridurre il personale. Alcuni imprenditori per evitare scelte traumatiche non hanno esitato a vendere beni di famiglia o a investire tutti i risparmi personali nell’azienda.

Purtroppo con la grande crisi che da tanti anni sta colpendo l’economia italiana anche molte nostre aziende sono entrate in difficoltà, alcune hanno dovuto chiudere dopo decenni di successi e di prestigiosa attività. Oggi sono davvero pochi gli imprenditori, anche tra i nostri, a poter ripetere la frase che pronunciavano con la soddisfazione più grande: «Io non ho mai lasciato a casa nessuno». Ma non c’entra proprio niente l’articolo 18. Ditelo a Landini.

b.profazio@laprovincia.it

@BrunoProfazio


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