La libertà di pensiero  e la retorica di sinistra

La libertà di pensiero

e la retorica di sinistra

Mentre il governo degli scappati di casa si avvia fischiettando verso lo schianto contro il muro, a sinistra ferve un dibattito culturale dirimente per le future sorti della nazione. Fascismo e antifascismo. Roba fresca. Roba forte.

La polemica è legata alla presenza al Salone del libro di Torino della casa editrice Altaforte, colpevole di essere vicina a Casa Pound e di aver pubblicato un libro intervista a Matteo Salvini. Un nanosecondo dopo la comunicazione del fattaccio è partito il circo Barnum. Vergogna, farabutti, fascisti, nazisti, franchisti, golpisti e intollerabile attentato all’integrità della nazione e vile provocazione ai valori fondanti della Costituzione più bella che c’è e la marea nera che torna, la marea nera che monta, la marea nera che mina le basi della convivenza civile e partigiani e precettori e catechisti e madonnine infilzate e anime belle e intellettuali in distacco sindacale tutti lì a ululare, a scomunicare, a vaticinare e che gara tra gli scrittori - curiosamente tutti di sinistra, chissà perché… - a boicottare l’evento e io non vado al Salone e nessuno vada al Salone e guai a chi va al Salone fino a quando il reietto non verrà cacciato e bla bla bla. E così è andata a finire. L’ukaze di espulsione è stato firmato dalla coppia di tromboni vecchi e nuovi del Minculpop del politicamente corretto, composta dal presidente del Piemonte Sergio Chiamparino e dal sindaco di Torino Chiara Appendino, con conseguente trionfo mediatico dell’editore di Altaforte, Francesco Polacchi, al quale non è sembrato vero di farsi una pubblicità clamorosa gratis e di metterci pure il carico da novanta con dichiarazioni fondamentali tra le quali “io sono fascista”, “il duce è stato il massimo statista italiano”, “l’antifascismo è il vero male del paese” e altre buffonate del genere. Uno spettacolo da baraccone: mancavano solo le torte in faccia, la biografia non autorizzata del mago del Tufello e il Pagliaccio Baraldi che stronca Heidegger e saremmo stati al completo.

Ora, in un paese normale questa vicenda sarebbe stata sommersa dalle risate, ma visto che viviamo nella repubblica delle banane, ha preso invece una piega grottesca. Innanzitutto, chissà quali contenuti eversivi avrà mai il libro su Salvini? Come iscriversi al ventisettesimo anno fuori corso all’università? Come arrivare a cinquant’anni senza aver mai lavorato? Come spacciarsi per nuovo quando si vive di politica dai tempi della Dc? In seconda battuta, bisognerebbe interrogarsi su come mai ai fascisti sia impedito di fare cose lecite - quali fondare una casa editrice, pubblicare un libro e allestire uno stand a una kermesse culturale - e invece ai fascisti non venga impedito di occupare illecitamente palazzi del demanio o aggredire e minacciare indisturbati il sindaco di Roma o una famiglia rom per aver preso possesso di una casa popolare regolarmente assegnata secondo le leggi vigenti. Se ci fosse un ministro dell’Interno, sarebbe interessante chiederglielo. Infine, sarebbe ancora più interessante prendere a uno a uno quei cervelloni, quegli scienziati, quei Nobel che hanno avuto la bella pensata di lanciare un appello che chiede di stilare un codice etico che selezioni autori e case editrici compatibili con il Salone. Codice etico. Hanno scritto codice etico. Quello che si applicava scrupolosamente nella Germania nazista e nella Cecoslovacchia comunista.

Ma non è finita qui. E chi sarebbe, di grazia, il soggetto illuminato che avrebbe il potere di distinguere gli editori consoni da quelli portatori dell’arte degenerata? Il Sinedrio degli Intelligentoni, putacaso? La Sacra Rota dei Tromboni? I Probiviri dell’Ordine dei Giornalisti Culturali? I Carabinieri di Pinocchio? Il Simposio dei Moralisti un tanto al chilo? E poi che si fa? Si procede - come ricordato dal responsabile delle pagine culturali de “Il Giornale”, Alessandro Gnocchi - alla radiazione di Mondadori in quanto editore di un fascista come Ezra Pound? E di Corbaccio, Guanda e Einaudi in quanto editori di un antisemita come Céline (il più grande scrittore del Novecento)? E di Feltrinelli per Mishima? E di Adelphi per Simenon? E di Sellerio per Drieu la Rochelle? E che si fa con tutti gli altri autori vicini a culture antidemocratiche come Cioran, Claudel, D’Annunzio, Nabokov, Prezzolini, Pirandello, Eliot, Gadda, Junger, Mann, Mauriac, Hamsun, Yeats e una vagonata di altri? Tutti al rogo dell’indissolubile vanità antifascista?

Farisei. Filistei. Sepolcri imbiancati. La libertà su cui tanto trombonate consiste nella libertà di espressione delle idee di tutti a prescindere da quali siano e chi impedisce a chiunque di pubblicare liberamente le proprie idee, quali che siano, è lui il fascista, visto che l’unico discrimine è che non possono essere fatte valere con la violenza. E non è questo il caso. Nel momento in cui si viola il principio di libertà, ammantandolo di buone intenzioni, fiocchi e fiocchetti, ci si instrada lungo un sentiero che porta alla dittatura del conformismo e che testimonia in quale spaventoso vicolo cieco si sia infilata da decenni la cultura di sinistra, totalmente incapace di articolare un’idea nuova e forte per affrontare le mille contraddizioni della contemporaneità e che di conseguenza preferisce accoccolarsi dentro una retorica antifascista vecchia, stravecchia e già morta e sepolta da mezzo secolo. La destra populista ha qualche idea per affrontare la globalizzazione, il dissolvimento della classe media, la frustrazione psicologica di chi ha perso rendite e sicurezze: tutte pessime, purtroppo. La sinistra non ne ha manco mezza, a parte il solito concentrato di retorica, velleitarismo e istinti censori, che finiscono per incarnarsi nell’urticante aforisma di Longanesi sui fascisti che si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti. La verità è che se applicassimo i criteri di questa compagnia di giro, Borges non potrebbe entrare al Salone del libro, Fabio Volo sì. E questo è quanto.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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