La morte di Fo, in scena tutto

tranne ciò che conta

Il livello del dibattito culturale in Italia è sempre il solito. Penoso. Riusciamo sempre a farci riconoscere. A rimanere sempre attaccati al nostro provincialismo genetico, antropologico, professionale. A buttare sempre le cose in vacca, in casino, in caciara, segno distintivo di una comunità di guelfi e ghibellini di serie C nella quale l’appartenenza, il familismo amorale, l’opportunismo, uniti al livore e al rancore, hanno sempre la meglio sul merito, sulle opere, sui contenuti.

Ultimo esempio – e poteva essere altrimenti? – la morte di Dario Fo. È passato un nanosecondo dalla notizia ed è partito il circo. Da una parte genio sempiterno, paladino dell’etica, della trasparenza e della democrazia, scudo degli inermi, degli umiliati e degli offesi, giullare che sbeffeggiava il potere e non concedeva requie al marciume ipocrita e fariseo di una borghesia inetta, fradicia, codina e bacchettona, che rappresenta il peggio di questa repubblica dei datteri, marito e padre modello, lombardo antileghista e al contempo uomo del mondo che dalle radici della cultura popolare sapeva estrarre esemplari lezioni di vita e tutti giù a sbrodolare e sbavare e salivare e trombonare. Una roba da carie ai denti. Dall’altra, invece, con la consueta classe, e ruffiano e cortigiano della sinistra opportunista, solipsista e doppiomoralista, parassita che ha trascorso tutta la vita a nascondere la sua gioventù da mussoliniano e aderente alla repubblica di Salò per trasformarsi poi, guarda un po’, in un partigiano della prima ora e terrorista e killer morale di Calabresi, firmatario di ogni nefando manifesto della congrega di quelli che giocavano a fare i rivoluzionari e mandavano i ragazzi a sparare per le strade e demagogo e masaniello e grillino e giù fiele e veleni e scaracchi e gatti morti in faccia. Quasi peggio di Girolimoni.

Uno spettacolo molto alla Fo, in effetti, che ha sempre affondato le mani nel guano di un’umanità laida e purulenta con la quale ha poi nutrito i suoi testi e il suo formidabile vocabolario. Un spettacolo nel quale va in scena qualsiasi cosa tranne l’unica che conta. La sua opera. I suoi libri. Le sue sceneggiature teatrali. I suoi monologhi. Insomma, la sua arte. È questo l’oggetto del contendere, sia in sede di analisi nel giorno della morte sia in sede di valutazione critica nel giorno dell’assegnazione del Nobel. Questo è il punto. Questo e solo questo. Non quello che ha fatto nella sua vita da civile o militante e di quante opere pie o disastri abbia disseminato la sua biografia. Ed è invece ciò di cui non si parla mai.

Ma è normale. Un paese dove tutti si professano liberali, ma che non ha alcuna cognizione di quello che veramente significhi quella parola, non può sapere nulla della magistrale definizione di Benedetto Croce a proposito dell’autonomia dell’opera d’arte, della sua unicità e del suo essere strutturalmente slegata da ogni dato biografico, sociologico, culturale o geografico, che a nulla serve per coglierne l’essenza e fornirne una valutazione.

L’artista “è” la sua opera. Lì si determina, lì si definisce, lì nasce, si sviluppa e muore. Lì e solo lì. E tutto il resto non conta niente e non serve a niente. E che quel tizio fosse simpatico, odioso, alto, basso, morigerato o puttaniere, ateo o credente, di sinistra, di destra o di centro, nazista, fascista, comunista, doroteo, bianco, nero, giallo o blu, interista, juventino eccetera è del tutto irrilevante.

La truffa, la grande truffa, è quella di associare il valore o il disvalore di un artista alla sua biografia, a quello che ha fatto o detto nella vita e quindi trasformarlo da autore a pedagogo, a maestrino facondo di insegnamenti, a vate, a sacerdote del bene comune o, per converso, del male assoluto. E quindi rimodellare mediocri scrittori in maestri solo perché persone per bene o politicamente corrette e geni della letteratura in monnezza solo perché soggetti di malarazza. Perché se passa questa logica – e qui purtroppo passa sempre – è finita. Allora un gigante del Novecento come Céline deve essere buttato in discarica “solo” perché era un estremista fascistoide e antisemita o Neruda smaltito nella spazzatura perché comunista militante o Borges – un altro totem della letteratura del secolo scorso – un reietto perché andava a pranzo con Videla o Malaparte – uno che scriveva come un semidio – perché è passato dal fascismo al comunismo, innaffiando il tutto con il suo mostruoso narcisismo ed egocentrismo. Oppure viceversa. E l’elenco è infinito. E Proust pervertito e debosciato? E Ariosto grandissimo paraculo? E Heidegger nazionalsocialista? E Munch alcolista e depresso? E Dostojevskij e De Sica giocatori d’azzardo?

Non bisogna mai aspettarsi niente dagli artisti in quanto esseri umani, perché loro sono destinati a deluderci. Sono come noi, almeno in quello. Meschini, invidiosi, rancorosi – basta leggersi certe dichiarazioni verdognole sul Nobel a Bob Dylan – e poi ruffiani, carrieristi, spesso pessimi padri – ci sono testimonianze agghiaccianti dei figli di Chaplin e di Durrenmatt, ad esempio - pessimi mariti, pessimi amici. Proprio come noi. E poi quando la buttano in politica non ne azzeccano una. E sparano banalità a raffica, velleitarismi a valanga, demagogia ad alzo zero – e questo è stato spesso il caso di Fo -: insomma, non ci capiscono una beata mazza. Si potrebbero compilare delle enciclopedie con le cretinate dette e scritte da formidabili artisti a proposito di politica. Non è roba per loro.

Ed è proprio per questo che bisogna starne alla larga. Loro esistono nel loro mondo: dentro un libro, dentro un quadro, dentro una pièce, dentro una sinfonia. Lì si annidano le loro metafore, i loro demoni, la loro maestria. Tutto dentro lì. Niente al di fuori di lì. E se è così, riascoltiamo solo e soltanto il grammelot di “Mistero buffo”, quell’impasto di storia che sale da Folengo e arriva su su fino a Gadda e diamoci una risposta sul vero valore di Fo. E sappiamo tutti qual è.


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