La morte, il destino  e qualche domanda

La morte, il destino

e qualche domanda

Il senso della vita è nel suo sguardo, sfrontato e ribelle, qual è quello dei nostri figli adolescenti.

Jospin, il ragazzino di 14 anni morto affogato nel pomeriggio di Ferragosto facendo il bagno a Villa Geno, è uno di loro. Anche se veniva da lontano ¬- i suoi genitori sono del Benin - e a Como non era di casa. Anzi, a fare il bagno a Villa Geno, pare che fosse la prima volta. La gita lontano dai luoghi abituali, il treno, il migliore amico accanto in un territorio sconosciuto. Non mancava nulla, ai suoi occhi, per fare di sabato una giornata speciale.

Ed è bello ricordarlo così, forte e sorridente, guascone ma simpatico un po’ come il suo idolo del pallone, Mario Balotelli.

L’elaborazione del lutto, al tempo di Facebook, scade spesso nella retorica ma non nel caso di Jospin che i suoi amici raccontano vivace e generoso, gentile ed esuberante nel video di un ballo hip hop su un treno.

Jospin, nel giro di pochi minuti, è morto davanti agli occhi di decine di persone. Molte domande restano però senza una risposta chiara. Se davvero sapeva nuotare come assicurano gli amici, per quale ragione è sembrato subito in difficoltà? Forse si è trattato di un malore e quel suo prolungato esitare sul pontile va forse spiegato con la vaga sensazione di quel malessere? Oppure era titubante perché intimorito dal lago e non aveva realizzato quanto fosse profondo anche lì a pochi metri dalla riva?

Probabilmente non sapremo mai con certezza come sono andate le cose. E se anche, alla fine, di questa vicenda si incolperà il destino, sarebbe utile perlomeno aprire un dibattito sulla necessità che in alcuni punti del primo bacino, Villa Geno in particolare, sia abbassata la soglia di tolleranza di fronte alla moda, sciaguratamente diffusa tra i ragazzi, di tuffarsi dalla riva e anche dai battelli ormeggiati. Con il lago, lo dimostra questa come altre recentissime tragedie, non si scherza. Mai, neppure quando sembra l’amico più fidato per fuggire dal caldone di agosto. Difficile immaginare la possibilità che ci sia, anche in futuro, una vera e propria sorveglianza dedicata.

Ma un occhio ogni tanto potrebbe pure essere dato considerato che la polizia locale, nei fine settimana, è già presente nella zona del lungolago per gestire l’area di sosta a numero chiuso.

Un dibattito andrebbe aperto anche sui soccorsi. O meglio, sull’organizzazione dei soccorsi. Possibile che i sommozzatori dei Vigili del fuoco siano arrivati a Como, in elicottero, da Malpensa? Va così da alcuni anni e presto la procedura sarà la prassi perché in agenda c’è la soppressione del nucleo subacqueo di stanza al comando di Como. Si tratta di una riorganizzazione probabilmente inevitabile data l’esiguità delle risorse ma certo resta più di un dubbio, oggi e in prospettiva ancora di più, sulla possibilità di garantire interventi tempestivi in un territorio vasto e complesso.

C’è un’altra circostanza che fa riflettere in questa vicenda. L’unico testimone che ha avuto prontezza e coraggio di tuffarsi per cercare di salvare Jospin è stato un giovane pachistano di 25 anni, ospite a Lora come rifugiato politico. Mentre a riva gli altri registravano la morte in diretta sul proprio smartphone, solo Kashif si è buttato nel lago e quando ha chiesto aiuto nessuno si è fatto avanti.

È stata la sua una prova di generosità che, in un contesto tanto triste, aiuta a sperare in una società dove, al di là delle posizioni politiche e dei pregiudizi ideologici, le persone, quando chiama l’urgenza della vita, si scoprono naturalmente unite e solidali.


© RIPRODUZIONE RISERVATA