La nostra Repubblica  di mantenuti e schiavi

La nostra Repubblica

di mantenuti e schiavi

Ricchi, nullafacenti e schiavisti. Per chiunque sospetti ormai da tempo che le grandi disfide tra destra e sinistra, sovranisti ed europeisti, cattivisti e buonisti che ci vengono propinate a ogni ora del giorno dal rutilante mondo dei media siano in realtà solo una grande pagliacciata e che tutt’altra sia la natura profonda del nostro paese, l’arrivo in libreria del nuovo saggio di Luca Ricolfi ne rappresenta la conferma più autorevole e plateale.

Il tema sviluppato dal sociologo, docente all’Università di Torino e presidente della Fondazione David Hume, nel suo “La società signorile di massa” (La nave di Teseo, 272 pagine, 18 euro) è brutale e a prima vista sconvolgente. Soprattutto da un punto di vista antropologico. L’Italia è un paese che si regge su un esercito di nonni e di paraschiavi, un luogo amorfo e mellifluo che, avendo smesso di crescere ormai da decenni, continua a fare sempre più debiti, ad erodere la ricchezza ereditata dalle generazioni precedenti, a succhiare risorse assistenziali allo Stato e a sfruttare una massa informe (soprattutto straniera, ma non solo) di poveracci sottopagati e privi di rappresentanza e dignità.

La storia viene da lontano. Già alla fine degli anni Sessanta il rapporto tra chi lavorava e chi non lavorava aveva iniziato a capovolgersi rispetto al periodo aureo della ricostruzione e del boom economico. Ma il vero paradosso è che la maggior parte di chi non lavora non è affatto povero, anzi vive bene grazie a una rendita da pensione o da capitale che gli permette di pagarsi la seconda auto, la seconda casa, le vacanze trendy, di riempire i ristoranti (e forse allora Berlusconi quella volta non è che avesse poi così torto…) e di garantirsi tutto il resto dei consumi di massa. E questo nonostante l’economia sia in stagnazione da tempo immemorabile, grazie appunto alla sterminata ricchezza privata degli italiani e a una rete di rendite nella quale hanno un peso sproporzionato le pensioni di vecchiaia e i prepensionamenti (a questo proposito pensiamo a quanto sia deleteria Quota 100, che ha fatto sprecare vagonate di miliardi per tutelare poche centinaia di migliaia di pensionati manco bisognosi), i sussidi (ricordiamoci della catastrofe del reddito di cittadinanza), gli interessi, le eredità, soprattutto quelle immobiliari, le vincite da gioco e carrozzone al seguito.

Il saggio supporta con dati e grafici tutte queste tesi, che lo inducono a definire la società signorile di massa italiana come un unicum mondiale nel quale si intrecciano in modo perverso alcuni fattori fondamentali. Innanzitutto, la ricchezza reale delle famiglie accumulata dalle due generazioni che ci hanno preceduto. Poi, la devastazione strutturale della scuola e dell’università, iniziata con la demagogia egualitarista del Sessantotto e poi completata dalla demagogia occupazionale dei sindacati e dalla demagogia assistenziale dei governi - tutti! - che ha prodotto intere classi di giovani prive delle competenze per entrare in un mercato del lavoro sempre più complesso e competitivo. Inducendole quindi a scegliere la disoccupazione volontaria a carico di genitori e nonni - chi non può lavora o emigra - e a rifiutare i lavori più duri e umili (e forse allora Padoa Schioppa e la Fornero quella volta non è che avessero poi così torto…) . Infine, la formazione di una infrastruttura paraschiavistica che, dati alla mano, consta di circa tre milioni di persone (la maggior parte non italiane), che svolgono i lavori che noi non facciamo più - rider della Gig economy, badanti, colf, muratori, facchini, stagionali e lavori di fatica in genere, dipendenti in nero, prostitute… - e permettono così con il loro basso costo l’agio della mandria dei nullafacenti.

E questo - per favore! - non è un discorso di destra o sinistra, non è la solita pippa sociologica televisiva su questa politica che non capisce più il paese, signora mia, e vive in una bolla e resta trincerata nel palazzo e bla bla bla. Qui esce un ritratto antropologico trasversale da paura, anche perché nessuno di noi né dei nostri cari né dei nostri amici si è mai immaginato come un benestante lazzarone che sfrutta un esercito di schiavi senza volto e dignità. E che non può assolutamente diminuire di numero e neppure conquistare condizioni di lavoro accettabili perché altrimenti farebbe automaticamente crollare la possibilità dei tanti disoccupati agiati di vivere di rendita alle loro spalle.

E la cosa più preoccupante è che la maggior parte delle persone sembra non aver alcuna coscienza del problema, preferisce rimuovere la prospettiva del declino e dell’implosione inevitabile di un paese strutturato in questo modo allucinante. E la ragione è semplice. Mentre i miliardari possono benissimo filosofeggiare sulla necessità della decrescita felice, chi invece possiede una quota di benessere, anche se non maturata grazie al proprio lavoro e succhiata invece dalla rendita e dall’assistenza, non intende rinunciarci in alcun modo. Ora, se questa lettura è corretta, potrete ben capire perché non esista leader di qualsiasi partito che affronti mai un discorso del genere. E potrete capire ancora meglio come mai dopo tanto starnazzare e blaterare e concionare e trombonare prima delle elezioni sulla rinascenza palingenetica che avverrà una volta conquistato il potere, quando arriva la finanziaria i provvedimenti sono sempre inesorabilmente gli stessi. E cioè più debito, più tasse, più lotta all’evasione fiscale (e giù risate…) e la solita ridicola stangata su benzina, alcol, bolli e sigarette.

E se va a finire sempre così è perché questi qui sono tutti uguali. Nessuno di questi qui ha la capacità e la volontà di scardinare il mostro scovato nei meandri da Ricolfi. È quello che comanda. È quello che decide. È quello che dà i voti a chi garantisce che nulla cambi. Perché nulla deve cambiare. E infatti nulla cambia, che governi questo o quello. Non cambia mai nulla, nella repubblica delle banane e dei mantenuti.


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