La scuola ha bisogno

di esempi concreti

È con l’esempio, prima che con la parola, con la testimonianza che la Chiesa è viva. Provate a sostituire il vocabolo “Chiesa” con “scuola” o “università” e vedete se l’affermazione di Papa Francesco, pronunciata qualche mese fa per la ricorrenza dei Santissimi Pietro e Paolo, non sia egualmente efficaci.

Di quanta concretezza e di quanti buoni esempi ci sia bisogno nel mondo della formazione, più che di parole vane, ne è conferma il “Career week” che si è concluso ieri all’Università dell’Insubria.

Oltre duecento ragazzi hanno scelto di seguire gli incontri - proposti per il secondo anno consecutivo - con i testimoni del mondo del lavoro. Alla fine, raccogliendo i pareri dei diretti interessati, il bilancio è positivo. Chiedono, però, ancora un poco più di concretezza. Promossi a pieni voti i relatori che hanno portato la propria esperienza nell’impresa o nel mondo delle professioni e hanno dato indicazioni pratiche (magari offrendo pure degli stage) a chi era interessato a seguirne le orme. Rimandati tutti quelli che si sono mantenuti troppo sulle generali, quelli che hanno privilegiato la teoria rispetto alla pratica. Forse perché, trovandosi per una volta in cattedra invece che dietro una scrivania o il bancone di un albergo, hanno pensato che è così che si insegna.

Del resto noi adulti di oggi veniamo ancora tutti, o quasi, da esperienze scolastiche a dir poco astratte. Un limite che i pedagogisti più illuminati hanno messo in evidenza da oltre un secolo e che i tentativi di riforma del sistema scolastico/universitario hanno cercato di superare da almeno un decennio, prevedendo stage, forme di alternanza tra scuola e lavoro persino nei licei e crediti formativi per gli studenti che non si limitano a immergersi nei libri, ma sperimentano anche la realtà culturale e lavorativa che li circonda.

Gli esempi virtuosi di questa tensione a superare la frattura tra mondo dell’istruzione e vita reale non mancano, anche sul nostro territorio: si pensi ai tanti testimoni passati nelle aule del centro di formazione Cometa, compresi ospiti illustri estremamente eterogenei come Aldo Giovanni e Giacomo e Zygmunt Bauman, ai professionisti che sono andati a raccontare agli studenti del liceo Volta quali sbocchi lavorativi concreti possono dare i corsi universitari che si scelgono “sulla carta”, e allo stesso “Career week” dell’Insubria.

Ma resta ancora molto da fare, a partire da quello che è il fondamento comune di tutti i percorsi scolastici: la lingua e la letteratura italiane. Anche qui occorre più concretezza, cari professori: meno estenuanti versioni in prosa di poeti morti, meno vivisezioni (in scolastichese chiamate divisioni in sequenze) di grandi romanzi e più letteratura in “carne ed ossa”. Così si eviterà che i bambini che strabuzzano gli occhi quando vedono una gallina razzolare, perché sono abituati a trovarsi solo le cosce nel piatto, se ne escano con esclamazioni come questa, in occasione di un incontro con l’autore in una scuola elementare: «Ma come, maestra, un poeta vivo?!».


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