La tempesta imperfetta  e quelli che pagano

La tempesta imperfetta

e quelli che pagano

Non ci sono le tempeste perfette e non è solo New York a mostrarlo, pur con sollievo. Esistono quelle che vengono scatenate dalle alte sfere, con tante e fior di ragioni. Ma che alla fine sembrano ostentare una sola certezza: a pagare sono sempre più i deboli.

Così il superfranco, subito definito uno tsunami dal boss di Swatch Nick Hayek, sta mostrando tutti i suoi effetti gridati da più realtà: dalle compagnie che si dicono costrette ad aumentare i prezzi dei loro prodotti alle associazioni datoriali che denunciano una situazione dai risvolti sempre più delicati, passando dai sindacati che si mobilitano per gli stipendi, e in qualche caso i posti, tagliati.

Tutti (o quasi) hanno ragione, ma è scontato che alla fine paghi sempre lo stesso, ovvero il più debole. È il lavoratore, a partire dai frontalieri. Che sicuramente - come rilevano anche gli invidiosi - guadagnano di più oltre confine, però a un prezzo elevato: quello di avere molte meno garanzie rispetto al lavoro in Italia.

Stiamo con gli occhi puntati sulla Borsa, sull’andamento di questa o quella valuta, sulle dichiarazioni dei potenti della Terra o dei big delle società. Eppure la tempesta, nutrita di speculazioni, reazioni e la consueta dose di parole, si rivela drammaticamente imperfetta lì: nella vita delle persone. Un osservatorio come i social network offre ulteriore conferma dell’atmosfera, delle ripercussioni sull’esistenza di ognuno. Di chi è rimasto a casa, racconta, di chi (si) consola sottolineando che sempre e comunque in Svizzera il gioco vale la candela. Oppure ci si imbatte in un giovane che ha appena trovato un impiego in Ticino e gli pareva di aver toccato il cielo con un dito. Ma adesso avverte tutto il fracasso dell’uragano e si domanda se non abbia commesso una sciocchezza: questo perché ha abbandonato il posto fisso, in Italia.

Tra tuoni e fulmini c’è la pioggia dei commenti, che dipinge tutta la complessità del mondo dei frontalieri come pure della realtà ticinese. In fondo, stiamo qui a raccontarci sempre della ormai imperante globalizzazione, di un pianeta che non conosce più frontiere, nel bene e nel male.

Ma proprio a pochi passi da Como, in un Paese con cui i punti in comune sono tantissimi, e non sono solo gli scambi commerciali, ecco che sentiamo la pesantezza improvvisa di confine.

Al ragazzo indeciso se rallegrarsi o pentirsi della nuova condizione lavorativa, molti hanno suggerito di non fare caso a quel frastuono: è già accaduto e ancora accadrà, ma qui si andrà avanti a poter contare su opportunità professionali soddisfacenti e la tempesta non lascerà più di tanto il segno.

Sarà così, la storia - anche economica - lo insegna. Tuttavia, è difficile, persino dannoso, non tenere a mente questo: che le vittime ci sono, e sono sempre le stesse.

Fervono i grandi dibattiti, con i dotti interrogativi posti dagli esperti della finanza e della politica che più in alto non si può.

E poi ci sono i piccoli, e cruciali, interrogativi delle persone che pagano le scelte altrui. Come questa signora, da quattro anni al lavoro in Svizzera : «Per colpa dell’aumento del franco ieri sono stata licenziata, qualcuno sa dirmi se la disoccupazione è calcolata sulla media dello stipendio dell’ultimo anno o degli ultimi due?».

Ai signori della finanza sembrerà poca cosa, per lei proprio no. Perché ha a che fare con la vita di un lavoratore, che ogni giorno ha cercato di dare il massimo in silenzio, finché non è esplosa la tempesta imperfetta. E sono stati cavoli suoi.


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