L’addio alla mostra  e l’illusione di una città

L’addio alla mostra

e l’illusione di una città

È zeppa di immagini la storia delle grandi mostre a Como. Cinematografiche, anche. Fellini, per esempio, se la memoria corre a certe notti d’estate di fanciulle in fiore scosciate e danzanti, gli occhi neri di rimmel come Mina a Studio Uno, e i fuochi sul lago, e le mise delle first sciure e la musica e le luci. Oppure Monicelli e le sue armate («voi sapete chi io sia?...», «None»... «Avrete sentuto, suppongo, lo nome di Groppone da Figulle...»), se la memoria corre ai quei palchetti solidi di tubi innocenti su cui il microfono passava di mano in mano e di prolusione in prolusione, e di politico in politico e di gloria in gloria. Dodici edizioni, nove in era gaddiana - roboanti e discinte, quando s’attendeva che sul fare dell’alba il solito Sgarbi pretendesse una visita by night con fintissimo stupore di preparatissimi addetti e fotografi nottambuli - tre in era moderna, tutt’altra sobrietà, bostoniano understatement.

Beh, ragazzi. La musica è finita. Ieri la giunta - che somiglia sempre più da vicino alla fortezza Bastiani, tutti lì ad aspettare che succeda qualcosa che non succede, cantierizzando qua e là le opportune difese - ha deciso che quest’anno non si farà nessuna mostra.

La resa, sorprendente per davvero, si presta a un paio di riflessioni. La prima - facile facile, per certi versi “chiamata” - è tutta politica. L’amministrazione, che evidentemente apprezza l’autodafé, non ha molto chiaro il concetto di marketing. Detto di tutte le buone (?) ragioni richiamate per motivare la capitolazione, la rinuncia a un “evento” che aveva perduto sì lo smalto un po’ carnevalesco dei bei tempi andati ma che ancora conservava un senso (come a ricordare a tutti che sì, accanto a Milano, Brescia e Mantova, c’è o c’era anche quella sperduta cittadina lassù in riva al lago che aspirava, pensa un po’, a diventare capitale della cultura), quella rinuncia è un bel modo per prestare il fianco al nemico e per incollarsi al petto l’etichetta dello sconfitto. Non solo: si scopre che c’è anche un problema di bandi da organizzare, per esempio quello che avrebbe dovuto consentire l’allestimento di una mostra dedicata a Fortunato Depero. C’era una società che voleva occuparsene, ma siccome di questi tempi e in materia di appalti la leggerezza è un bell’azzardo, gli uffici hanno fatto capire che un affidamento diretto sarebbe stato fuori discussione, e che per approntare un bando con tutti i crismi e con buona pace di Cantone (quello dell’Anac, che già ci vuole un gran bene) sarebbe servito troppo tempo. Cioé: sconfitti e anche lenti.

La seconda riflessione, un po’ più amara, si rifà alla speranza che in fondo prima o poi si potesse tornare alla baraonda caciarona dei bei tempi andati. Non tanto - o non solo - per ritrovare ballerine e nani e armate brancaleone, quanto per credere che nell’impegno sul fronte del turismo, Como avesse finalmente trovato un terreno di lotta comune, comune alle associazioni, alle categorie, ai privati - dal pescatore all’artigiano al pizzicagnolo sotto casa - ma soprattutto comune agli enti pubblici, alla politica. Che dopo la grande crisi della filiera tessile e manifatturiera, dalla quale stiamo uscendo (forse) con grande lentezza, sembrava avere individuato nel turismo il motore della ripresa. Sembrava, appunto.

Forse, illusi, abbiamo sbagliato tutto. Siamo e resteremo una cittadina così, un po’ Monicelli e un po’ Fellini, buona per una gitarella fuori porta a primavera e un kebab a Sant’Agostino.


© RIPRODUZIONE RISERVATA