L’Expo, i pirla

e l’obiettivo da centrare

Expo non è il manipolo di pirla in maschera che devasta Milano: importiamo un drappello di mamme da Baltimora e ai soggetti di cui sopra presentiamo il conto dei danni da saldare in contanti o con lavori socialmente utili. Expo non è la brutta immagine del nostro paese che i pirla in questione hanno postato sui siti di gran parte del mondo.

Ed Expo non è neppure la scortesia istituzionale di Renzi che macchia un buon discorso di inaugurazione negando i ringraziamenti a Prodi (senza i suoi rapporti internazionali il nastro, venerdì, lo avrebbe probabilmente tagliato Erdogan a Smirne). Expo non è neppure il riflesso condizionato del “tanto in Italia non si fa mai niente come si deve”.

Expo invece è il padiglione del Nepal con i due uomini che intagliano nel legno le ultime finiture. Expo è il mucchio di cibo sprecato che grida nel Pavillon zero. È la casa della Santa Sede che ti sbatte in faccia, giustamente e senza complimenti, quello che Papa Francesco ha sintetizzato nel messaggio inviato per la cerimonia di apertura: ogni essere umano deve avere diritto alla dignità del cibo nel rispetto dell’ambiente. E oggi non è così. Expo è la signora iraniana che nell’avveniristica location con all’interno il busto dell’ayatollah Khomeini, ti propone il piatto intarsiato tutto fatto a mano e il cioccolatiere che regala felicità con le fave di cacao tostate da intingere in una morbida meraviglia marrone scuro, è la misteriosa tavoletta di cartone che le impeccabili hostess della Germania ti mettono in mano e si trasforma in uno Zibaldone 2.0. Expo è anche un padiglione degli Stati Uniti zeppo di “farm” e senza hamburger.

Expo è un bambino che rincorre divertito le maxi bolle di sapone nei pressi dell’albero della vita, è il ballo sfrenato degli arabi in tunica davanti al padiglione del Qatar, è la festosa è un po’ goffa sfilata dei cinque continenti, è “siam pronti alla vita” cantato dai bambini nell’inno nazionale: Mameli se ne farà una ragione. Expo però è anche un obiettivo da perseguire: non essere solo una fiera, magari anche delle vanità, una grande abbuffata di buoni propositi.

Pangea, il tavolo che la Riva 1920 ha realizzato su un’idea di De Lucchi, può diventare un simbolico simposio culturale da cui escano idee e soluzioni non per risolvere (impresa impossibile) ma per contribuire ad annullare le disuguaglianze intollerabili che continuano a persistere anche nel piatto. Una sfida culturale contro gli egoismi, le discriminazioni, le esclusioni che può partire dai padiglioni di Rho e diffondersi nel globo terracqueo. Quel grande progetto solidale invocato da Francesco nel suo messaggio, deve trovare concretezza.

Se nelle cerimonia conclusiva di ottobre si potrà segnalare il raggiungimento di una parte dell’obiettivo, tutto l’orgoglio di cui trasudavano i discorsi di venerdì avrà un ragion d’essere. Facciamo vedere che noi non siamo pirla.

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