L’inferno da cui
si può ritornare

Dall’inferno si può ritornare, la rabbia trasformare in gioia, perfino l’imprinting che un padre o una madre incidono sulla pelle di un figlio può sbiadire al sole della solidarietà e della corretta educazione come un tatuaggio non più gradito.

Si riemerge dal passato, dai fallimenti e dagli errori gravi, dalle incertezze e dalla stupidità, perché ciascuno di noi possiede l’intelligenza per poter cambiare, ma qualcuno deve accendere la miccia, dar fuoco alle polveri della curiosità, dell’apprendimento guidato e non forzato, aprire la scatola dei sogni con cautela ma con costanza.

Parliamo di un liceo scientifico importante, il “Paolo Giovio”, una scuola d’élite, un po’ come il “Parini” a Milano - dove negli anni Sessanta il fermento studentesco fece conoscere al mondo degli adulti che anche un adolescente poteva parlare di sessualità - e di ragazzi in apparenza normali, buona famiglia, denaro a disposizione per pagare i vizi della modernità, quasi tutti legati alla tecnologia o ai motori.

Eppure il senso di vuoto e la nausea per la vita possono essere letali a quell’età, prendere pericolose derive, come quella del ragazzo milanese Pietro Di Paola che ha ucciso se stesso e la fidanzata soltanto per sperimentare la potenza del suo odio, come il caso del minorenne di Casnate, scarcerato dopo aver scontato una pena per spaccio e ora destinato a un lungo e puntiglioso piano di recupero. Grazie alla sua scuola, che si prepara a riaccoglierlo.

A sedici anni il ragazzo forniva marijuana agli alunni del “Giovio” che lui stesso frequentava, nel contempo vittima e malvivente, perché il padre, titolare di un avviato bar nell’Olgiatese trafficava in cocaina, droga che sta arrivando in modo preoccupante alle età più verdi, spesso spacciata dagli stessi liceali.

L’esempio in famiglia non poteva essere peggiore, la solita storia di cui sono piene le pagine dei quotidiani: un ragazzo annoiato e viziato, senza interessi culturali, prigioniero del branco che detta mode e comportamenti, di un modello che impone ricchezza e bellezza a qualsiasi costo, la sensazione di essere giovani e invincibili, fanculo la società, la giustizia e il rispetto per gli altri. Solo i soldi, tanti e subito, con la droga non si fatica.

Fine corsa la galera, provata nell’età in cui di solito si sogna e ci si innamora, si leggono i poeti e magari si mette su la prima band. O si lavora, perché non tutti hanno la fortuna di avere un papà benestante. Invece le statistiche dicono che si va in coma etilico già a quindici anni, e non fa meraviglia leggere che al “Caio Plinio” , tre ragazzine mandarono all’ospedale ventisette compagni di scuola usando uno spray al peperoncino.

Dopo il tempo trascorso nel volontariato, le tre bad girl hanno ripreso la scuola ottenendo una buona promozione, e le compagne hanno preso coscienza di come gli errori si paghino ma esista un riscatto, ottenuto con la volontà ma soprattutto la pazienza e l’umiltà di seguire chi insegna.

Anche il ragazzo scarcerato ha davanti a sé un buon esempio, un coetaneo con un percorso criminoso simile al suo, recuperato alla vita grazie alla scuola che pagò psicologi e terapeuti con i fondi di riserva. Assai spesso l’errore arriva per ignoranza, per la non conoscenza dei colori ma soltanto del nero, e ora anche per lo studente ritrovato l’arcobaleno potrebbe manifestarsi velocemente, perché la punizione lo ha fatto crescere, fino a fargli capire che il mondo degli adulti, per fortuna, è ancora lontano e imitarne i lati peggiori è soltanto da guitti e non da primattori della vita.

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