L’ombra del padre
sul sogno di Messi

Nel passaggio chiave del romanzo più grandioso e terribile della storia della letteratura, Ivan Karamazov difende davanti ai giudici il fratello Aleksej, accusato del più tremendo dei delitti: «E’ Smerdjakov che ha ucciso mio padre, non è mio fratello. Lui ha ucciso, e io gli ho insegnato che uccidesse… Chi è che non desidera la morte di suo padre? Tutti desiderano la morte del padre…».

E’ il punto di non ritorno, l’abisso della coscienza dentro il suo magma invisibile, il segreto inconfessabile che non a caso aveva reso questo libro – assieme all’Edipo Re e ad Amleto - così prezioso per l’opera di scavo e di analisi di Freud dentro i meandri della psiche. E’ il tabù, la rottura del cordone ombelicale, il rito di passaggio che chiude l’età dell’innocenza e proietta l’individuo, finalmente liberato dai legami con il passato, dentro il mondo crudele, spietato e solitario degli adulti.

Oggi – e il parallelo non sembri sacrilego - Lionel Messi è un uomo solo. Ha tutto, ma non ha niente. E’ il più forte, ma non è il primo. E’ un incompiuto. Un nove e mezzo. Un pulcino bagnato. Un campione bambino. Schiacciato dall’ombra del suo Fëdor Pavlovič. Dell’Altro. Dell’Inarrivabile. Del Maledetto. Del Cialtrone che segnava di mano. Ma anche del Demone che faceva gol dopo aver scartato mezza squadra avversaria. Del Divino Scorfano, come lo aveva battezzato quel genio di Brera in una delle sue magnifiche trasfigurazioni delle partite di calcio e del mondo del pallone in una nuova pagina dell’Iliade, con quel linguaggio coltissimo e plebeo, quell’impasto tra Gadda, Omero e Bar Sport che ne ha fatto la vetta irraggiungibile per una categoria povera di talenti e invece strabordante di retori, tromboni, analfabeti, tifosi e leccascarpe.

Messi ha vinto tutto, scudetti, coppe nazionali e internazionali, Champions, Palloni d’Oro a raffica, ha segnato decine e decine di gol incredibili e folgoranti, ha finora, ma sempre più a fatica, tenuto a bada grazie ai suoi scatti da cobra, i suoi mancini a giro, i suoi dribbling da incantatore di serpenti l’onda montante di quell’altro fenomeno di Cristiano Ronaldo, ha illuminato la squadra più forte del decennio e forse del secondo dopoguerra, anche se oggi in chiaro disarmo dopo stagioni di dominio assoluto. Eppure è un fuoriclasse dimezzato. Ha ventisette anni. Non c’è più molto tempo per vincere la sfida, soprattutto quella dei mondiali - dove ha invece sempre fallito assieme a una nazionale talentuosa, picchiatrice ma fragilissima, quasi femminea nella sua isteria collettiva - anche perché fra quattro anni potrebbe essere troppo tardi. Oggi è il giorno. Oggi. Il giorno della finale. Oggi dovrà dimostrare di essere capace di strappare il cuore all’Alieno e scalzarlo dal trono come in una tragedia scespiriana, oppure sarà condannato per sempre al ruolo dell’eterno secondo. Perché Messi - così diranno i posteri, c’è da giurarlo - era un fuoriclasse assoluto, certo, ma, diciamoci la verità, Maradona è sempre stato tutta un’altra cosa…

Ecco, è questo il punto. Stasera Messi dovrà guidare una squadra mediocre, assolutamente inferiore in porta, in difesa e a centrocampo, all’assalto di una Germania che la sovrasta in lungo e in largo e non solo grazie alla spinta famelica della carneficina con il Brasile. E dovrà batterla. Ma non come nella semifinale horror contro l’Olanda, grazie al muraglione a centrocampo, al salvataggio miracoloso di Mascherano su Robben all’ultimo minuto e ai rigori parati da quel pippone fortunato di Romero. No, così non cambierebbe nulla, anche alzando la coppa. Dovrà vincere decidendo lui. Segnando, possibilmente. O dettando l’ultimo passaggio. Spalmando leadership e carisma sui modesti pedatori della sua armata. Dominando. Solo così può uccidere Maradona. Altrimenti ci sarà sempre lui - ma anche Pelè, ma anche Di Stefano, ma anche Cruijff - a ricacciarlo dentro l’angolo.

E’ terribile essere “figli” di padri così. Troppo vincenti. Troppo maschi alfa. Troppo narcisi. Troppo possessivi. Troppo giganteschi e geniali e onnivori per sopportarne l’eredità. Troppo tutto. Pensate solo a quanti figli di grandi attori, cantanti o anche imprenditori siano rimasti schiacciati, distrutti, annichiliti dal nome del genitore e dalla proiezione del suo mausoleo. Se ne può assemblare una fila sterminata. Certo. C’è chi ne ha approfittato per fregiarsi beatamente del nome e vivacchiare bamboccionando tra le pieghe del suo successo e della sua ricchezza. C’è chi lo ha rifiutato prendendo percorsi totalmente diversi e opposti alla ricerca di una sua seppur microscopica identità. C’è anche chi si è da subito immolato a epigono, conservatore, archivista e ordinatore della memoria delle gesta paterne. Ma chi ha tentato di imitarlo e poi di superarlo, ha sempre dovuto scontrarsi con il dramma della necessità di abbatterlo e ucciderlo, perché tu vivi e vinci solo se lui muore. Non ci sono altre strade.

Dicono tutti che Messi non ce la farà. Perché non è un vero leader ed è da queste cose che si giudica un giocatore. Facile vincere tutto con Puyol, Xavi e Iniesta alle spalle, prova un po’ con l’Argentina di Ruggeri, Batista e Troglio o con il Napoli di Francini, Renica e Corradini. C’era solo lui, tutto il resto della squadra spariva. E poi Maradona è del 1960, è figlio di una storia tragica per l’Argentina, quando è caduto il Muro aveva già quasi trent’anni, ha vissuto la vergogna dei colonnelli, dell’odio vero, atavico contro gli inglesi del ratto delle Malvinas e di tutto il resto. Non era uno che vomitava in campo per la troppa tensione. Messi invece è un Millenials: è il prodotto di tutto un altro universo, più plastificato, più anaffettivo, di un calcio più ladronesco, griffato e standardizzante. Ha tutto da perdere nel confronto con la leggenda. E lo sa. E sicuramente lo soffre. Stasera dovrà stupirci, se vorrà sopravvivere alla macina della storia e della memoria. Senza aver paura di spingere il pugnale fino in fondo.

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