L’oro di Como  è tornato tra noi

L’oro di Como

è tornato tra noi

E così si è scoperto che era proprio vero: Como aveva un cuore d’oro. E, come vuole il carattere dei comaschi, riservato al limite della diffidenza, lo teneva ben nascosto: sepolto sottoterra. Non a grande profondità, questo no, ma abbastanza per riuscire a rimaner nascosto qualcosa come 1.700 anni, lasciando di sé solo un sospetto d’esistenza, l’ombra di una possibilità.

Il tesoro di Como - le trecento monete d’epoca romana emerse durante i lavori al cantiere nell’ex teatro Cressoni - è invece pieno di luce e di suggestioni. Le prime immagini di quell’oro antico hanno sorpreso proprio per quell’apparenza così straordinariamente aderente all’immaginazione comune: un’apparenza che rimanda al bagliore nel forziere dei pirati visto al cinema, all’infantile fantasia dell’oceano di monete nel deposito di Paperone. C’eravamo messi in testa che la roba antica, per quanto meravigliosa, si presentasse sempre incrostata, sbiadita dal tempo e dalle disavventure geologiche. Il passato, insomma, lo facevamo opaco e polveroso. E invece opachi e polverosi siamo noi: il tesoro di Como brilla oggi come brillava allora, emerge alla luce del XXI secolo senza aver perso nulla del suo fulgore.

A pensarci c’è da trasecolare: per 17 secoli quell’oro è rimasto lì, in paziente attesa, mentre appena poco sopra scorrevano prima la quotidianità e poi la Storia. Sul tesoro son passati, ignari, pedoni e cavalli, carri e automobili, soldati, contadini, cavalieri, bottegai, impiegati, studenti, celebrità e, soprattutto, tanti cuori anonimi, ognuno con il suo fagotto di affanno e di speranza, piegati sotto un destino che quelle monete avrebbero potuto trasformare in un momento. Ma no: il tesoro aspettava e gli abiti han cambiato di foggia, la parlata s’è adattata agli invasori e la pazienza ai governanti. Se il piccone, nel 2018 d. C., in un’anonima giornata di settembre , non avesse spezzato l’incantesimo, l’inconsapevole fluire avrebbe proseguito chissà per quanto tempo ancora per la sua strada: forse fino ai giorni delle astronavi intergalattiche; addirittura fino all’era sempre favoleggiata di una soluzione per l’area Ticosa.

Per un frammento di tempo, quello di cui noi abbiamo memoria, il tesoro ha riposato sotto una sala cinematografica: sullo schermo passavano sogni e incubi, baci e svenevolezze, scempiaggini e delitti, ma il brivido più inaspettato era lì, in agguato, un colpo di scena che nessuna sceneggiatura avrebbe mai potuto immaginare. Per farci saltare sulla poltrona non ha aspettato, banalmente, il momento del buio in sala, ma quello della luce sotto la sala.

Si può facilmente conferire a questo ritrovamento l’aura del destino, perfino attribuirgli il significato di un messaggio, di un simbolo e di un’esortazione. Non ce n’è bisogno: la presenza del tesoro non è una metafora ma una realtà della quale prendere atto.

La città non è vecchia e stanca e priva di risorse. Magari, in certe giornate, per non dire in certe annate, si sente vecchia e stanca e dubita di se stessa. Ma non ce n’è motivo: la realtà non è quel che si pensa che sia, ma quel che è. E la realtà di Como è ricca: in questo caso l’oro sì che diventa metafora, perché la ricchezza cui alludiamo è quella di un territorio pieno di storia e di bellezza.

Già da più parti si dichiara che il tesoro deve rimanere in città e che può rappresentare un’attrattiva unica per i futuri visitatori. Lo si dice forse con un pizzico di orgoglio , di giocosa fierezza: è un sentimento semplice e sincero che, ora, va portato a maturazione. Perché in effetti il tesoro del Cressoni è un’occasione straordinaria per il rilancio dell’immagine di Como, ma anche perché, con la sua sorprendente comparsa tra noi, esso valga d’ora in poi da monito perché si tenga presente quanto di prezioso, in questa città, abbiamo sempre avuto ma, qualche volta, ci siamo dimenticati di avere.

m.schiani@laprovincia.it

@MarioSchiani

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