Mazzette spicciole
il vizio non muore

Datemi una mazzetta e vi farò uscire dalla crisi. Se non ci fosse qualche, ovvio, “inciampo” morale, etico e giudiziario, potrebbe essere la strada ideale per il ministro Saccomanni e per i suoi conti ancora e sempre precari. Quello della corruzione, del resto, sembra l’unico settore che non ha sentito i morsi della crisi. Anzi, proprio le difficoltà per molti privati e aziende hanno finito per incentivare il ricorso a un classico escamotage italiano: la “bustarella” fa il paio con la “spinta” nella storia italiana della corruzione - dallo scandalo della Banca Romana a Mani Pulite, per restare alle vicende finite nei libri di testo - e sembra godere, purtroppo, di ottima salute. Alla faccia di come l’Italia si vuole presentare al mondo.

Il caso esploso ieri a Como con l’arresto di un funzionario dell’Agenzia delle Entrate - sempre che alla fine un giudice stabilisca la colpevolezza e confermi la ricostruzione dell’inchiesta - pare inserirsi in questo filone. Un filone ricco, tra l’altro, perché la Corte dei Conti ha stabilito per difetto, che la corruzione ci costa la bellezza di 60 miliardi all’anno (un po’ meno degli interessi sul debito che ogni anno il Paese paga), cifra che lievita non di poco con l’”indotto”, ovvero le ricadute. E si parla sempre di stime .

Altro che Imu, Tasi, Tares, è questa la vera tassa che siamo chiamati a pagare e non entra neppure in quel 44,3% di pressione fiscale calcolata ieri da Confcommercio! La mazzetta, pur essendo una sorta di sport nazionale consolidato, è una pratica che non conosce frontiere. Ciò che allarma però è che in Italia, a più di 20 anni da Mani Pulite, resta una patologia grave e si piazza su livelli ben più elevati degli altri Paesi più avanzati. La riprova arriva dal Corruption Perception Index di Transparency International che colloca l’Italia al 69° posto al mondo con Ghana e Macedonia; un dato che, tradotto nella pratica quotidiana, conferma l’altra percentuale, secondo cui il 12% degli italiani si è visto chiedere una tangente nel 2012 contro una media europea dell’8%.

La crisi, dicevamo, non ha frenato questa “passione”, anzi l’ha incentivata e ciò lo si deduce anche da un altro fatto che sta emergendo negli ultimi anni: la diffusione della mazzetta spicciola, poche migliaia di euro per chiudere un occhio su una sanzione, una verifica, per “saltare la fila” in una graduatoria, per accelerare una pratica. Oggi si parla meno di boiardi di Stato o grandi manager coinvolti ( ma non mancano) e sempre più spesso di funzionari, piccoli dipendenti statali o privati, amministratori locali, perfino sindacalisti. Mazzetta senza frontiere di classe, dunque, l’importante è arraffare, sempre e comunque.

La legge Severino per ora crea aspettative, ma i risultati concreti sono ancora di là da venire. Intanto si arresta, si denuncia. Ma si condanna poco, a pene lievi e con tempi infiniti. E questo, insieme a una macchina statale e locale che non è stata nè semplificata nè modernizzata, è forse il motivo principale del perché la corruzione non si è arrestata neppure durante la recessione. L’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo lo ha confermato di recente: «Nessuna legge è stata fatta sul falso in bilancio e per 15-16 anni l’attività politica è stata tutta rivolta a rendere più difficili le indagini sulla corruzione». Qui, sovente, corrotti e corruttori patteggiano pene lievi o addirittura se la cavano magari con la prescrizione.

Altrove va in modo diverso: a Detroit un ex sindaco accusato di corruzione si è visto infliggere 28 anni perché, come ha detto il giudice, «ha preferito l’arricchimento personale quando poteva fare molto per la sua città». Anche per questo in Italia la mazzetta resta uno “sport nazionale”.

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