Molteni accetti

le proprie dimissioni

Ho dato le mie dimissioni, ma le ho rifiutate.

I panni di Winston Churchill vestono decisamente larghi il buon Mario Molteni. E, tutto sommato, si è più propensi a perdonare una simile affermazione di prepotenza a un uomo che di sé diceva: «La storia sarà gentile con me, poiché intendo scriverla», piuttosto che a uno costretto a giocare le sue carte oratorie per lo scandalo paratie, che lui l’ha sempre detto che quel progetto non s’ha da fare. Eppure l’ottimo Mario Molteni ci sta provando davvero a fare come il suo più noto collega. Come promesso dopo le elezioni di due anni e mezzo fa in cui si candidò a sindaco di Como, nei giorni scorsi il consigliere comunale - che, diciamolo subito a scanso di equivoci, a Palazzo Cernezzi ma non solo riscuote una simpatia bipartisan che nessuno intende mettere in discussione - ha annunciato un passo indietro a favore di Roberta Marzorati, candidata consigliera nella lista di Molteni e in assoluto la più votata dai comaschi, ma (beffa del sistema elettorale) rimasta fuori dal consiglio. Peccato che il nobile gesto delle dimissioni, peraltro frutto di un patto tra amici, sia naufragato a causa della decisione del gruppo (voluto, pensato, creato e capitanato da Molteni) di respingerle.

Ma un patto è un patto, direte voi. Soprattutto tra amici. E invece no. Come Churchill, così Molteni ha respinto le sue dimissioni e ed è rimasto saldo sulla sua poltrona. Che, a ben vedere, non è che sia poi questo granché: non garantisce vitalizi, non regala rimborsi spese milionari, non offre prebende di alcun genere.

E allora la domanda è: perché, caro Mario Molteni, voler confermare tutti i luoghi comuni (che, in quanto tali, portano in dote incrollabili verità) sui politici, italiani in particolare, pronti ad accoltellare alle spalle un amico per il potere?

«Romani, amici, compatrioti: prestatemi orecchio e credetemi sul mio onore». Sembra di sentire Bruto (quoque tu, Mario?) nel Giulio Cesare. In questa storia, in fondo, c’è tutto quello che si trova nella tragedia di Shakespeare: l’amicizia, il potere, la politica, i patti, il tradimento. Ma un conto è quando il palcoscenico è il Foro romano, un altro se a far da sfondo alla tragicomica polemica politica c’è la pur nobile aula del consiglio comunale di Como.

Le giustificazioni addotte da Molteni per restare al suo posto (le trovate nell’articolo di Michele Sada a pagina 25), saranno sicuramente le più validi. Eppure è difficile, per noi cittadini, non sentire il fastidioso bruciore della delusione di fronte a questa storia così tristemente italiana. Parlando ai romani, il Bruto di Shakespeare sosteneva di aver dovuto tradire Cesare perché Roma vale più dell’amicizia. Parlando ai comaschi, il Bruto di Sagnino sostiene di aver dovuto tradire Roberta Marzorati perché la volontà di un gruppo politico vale più di una promessa fatta.

Per quel che vale sarebbe bello, prima che il sipario cali, vedere il protagonista uscire di nuovo in scena e cambiare una storia già scritta da altri. E accettare, con nobile gesto, le proprie dimissioni.

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