Non è una foto  ma un bimbo vero

Non è una foto

ma un bimbo vero

Ieri in stazione un amico che fa il tassista raccontava di avere visto una giovane mamma sciogliersi in lacrime di fronte al corpo microscopico di quella bimba stesa sul pavimento di fronte all’atrio principale, la stessa immortalata nella foto che La Provincia ha pubblicato, sempre ieri, sperando di suscitare una reazione nei suoi lettori.

Quella signora, a quanto pare una turista di passaggio, ha aperto la borsa appesa al passeggino di suo figlio e ne ha estratto tutte le scatolette di omogeneizzati che aveva con sé, lasciandole lì a terra, accanto a quella bambina e alla sua mamma, prima di fuggire via verso i treni. Non è molto confortante prendere atto del fatto che, con quella immagine nelle edicole (la riproponiamo oggi, qui accanto), la maggior parte delle segnalazioni giunte in redazione, ancora nel pomeriggio,riguardasse invece l’inopportunità di consentire a questa gente di tirare un filo da albero ad albero per stendere i panni, ché «poi i turisti cosa dovrebbero pensare…».

Non è confortante perché, almeno di fronte a questi bimbi che giocano con i mattoncini Lego sulle scalinate o che riposano sotto gli alberi, di quel che pensano i visitatori – peraltro molto più comprensivi della gran parte di noi – non dovrebbe fregarci proprio un bel niente. Eppure per molti comaschi l’asserita figuraccia della città turistica (la quale, a cento metri da qui, è poi sempre la stessa) è evidentemente ritenuta un male più grave.

È il caso di stupirsi? Un centinaio di persone di un altro mondo - uomini, donne, bambini - trapiantate in un parco urbano di una comunità per molti versi ancora piccola quale è la nostra, destano uno sconvolgimento assoluto di abitudini, panorami, pensieri, e sì, probabilmente fanno anche un po’ di danno (poco) al turismo, che è ormai diventato una delle fonti principali di sostentamento della zona, figurarsi poi nei mesi estivi. Tutto comprensibile, per certi versi addirittura accettabile.

Smette di essere comprensibile, questa timida ostilità, di fronte a un bambino. I bambini dovrebbero metterci tutti d’accordo, ma tutti davvero, dai fautori della ruspa e delle cannonate sul bagnoasciuga, ai teorici dell’accoglienza a tutti costi, a quelli del boh e del chissà, addirittura ai teorici dell’aiuto a casa loro, programma tanto vasto quanto vago. Un bell’esempio di civiltà, di impegno e di buon senso, lo stanno fornendo in questi giorni - e per questo meritano una citazione - alcuni enti che in teoria non dovrebbero neppure essere preposti alla gestione dell’emergenza, che è, o dovrebbe essere, di esclusiva competenza governativa.

In cima alla lista c’è il Comune di Como, che ha saputo mettere in campo tutto quello che poteva essere messo in campo, svolgendo una attività di coordinamento che rappresenta una delle poche note positive di questa brutta estate di miseria e desolazione. Assieme al Comune, e in particolare all’assessorato ai Servizi sociali (che, numeri alla mano, dedica altrettanto impegno anche ai comaschi in difficoltà economica, ed è bene ricordarlo a beneficio di chi appena può attacca il solito minuetto sugli italiani dimenticati) una citazione la meritano anche Caritas e Croce rossa, e con esse i tanti volontari che si stanno facendo avanti per fornire il loro contributo. Chissà che il loro numero, di fronte alle foto di questi bambini, non possa aumentare. Ai panni stesi nel parco penseremo dopo.


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