Pinacoteca Sant’Elia?  opportunità per Como

Pinacoteca Sant’Elia?

opportunità per Como

Como può ancora fare qualcosa per il centenario di Antonio Sant’Elia. Qualcosa di importante e duraturo, per la memoria del nostro grande concittadino ma anche per la città stessa. E a costo quasi zero, dettaglio che non dovrebbe dispiacere, visto che più volte è stato rimarcato come le mostre organizzate per le celebrazioni siano in massima parte frutto dell’abnegazione di un manipolo di volontari, messi a dura prova dalla carenza di fondi.

Proprio riflettendo sui riscontri delle due principali esposizioni, quella in Triennale a Milano, chiusa lo scorso 8 gennaio, e quella nella Pinacoteca di Como, che proseguirà fino al 26 febbraio (senza dimenticare il meritorio lavoro dell’Ordine degli architetti sul Monumento ai caduti visibile al Novocomum), si rafforza un’idea che da qualche tempo stuzzica chi scrive così come altri appassionati dell’opera e della figura dell’autore (o meglio sarebbe dire del firmatario, viste le interpolazioni marinettiane) del Manifesto dell’architettura futurista: intitolargli la suddetta Pinacoteca civica.

In attesa di dati definitivi, la sensazione è che l’esposizione milanese abbia fatto il pieno di pubblico, mentre quella comasca stenti: il conteggio degli ingressi a Palazzo Volpi è fermo ai 74 visitatori resi noti fino alla vigilia di Natale. Certamente oggi sarà salito, complice il periodo meno saturo di iniziative natalizie e anche grazie a qualche visita guidata, ma in ogni caso i numeri bassi fanno parte di un trend che caratterizza da anni la Pinacoteca anche nei confronti degli altri musei cittadini. Darle un’identità, potrebbe essere utile a farla crescere. Come è vero che potrebbe anche non bastare: pure la posizione ha la sua importanza. Il Tempio Voltiano, dedicato al comasco più internazionalmente illustre e affacciato sulla riva del lago, è il chiaro esempio di questa teoria.

Che Como abbia qualche difficoltà pluridecennale nell’individuare e valorizzare i luoghi della cultura, più che mai necessari per una città che avrebbe voluto diventarne la capitale italiana, è evidente. L’elenco degli esempi è troppo lungo, ne citiamo solo alcuni: il corpo a shed della Ticosa, ristrutturato dal sindaco Botta come spazio espositivo spendendo un miliardo di lire e poi demolito dal suo successore Bruni; Palazzo Terragni e il Politeama, di cui erano stati inseriti rispettivamente l’apertura al pubblico e la riqualificazione proprio nel primo dossier per la candidatura di Como a capitale della cultura, per poi essere stralciati dal secondo; e che dire di Villa Olmo e il Tempio Voltiano, aggiunti, per l’appunto, nella versione finale del dossier e ancora in attesa dei cantieri? (Il primo partirà lunedì, l’altro forse tra 2 anni).
Con una situazione del genere alle spalle, non è un caso che le principali manifestazioni culturali comasche siano spesso costrette a inventarsi valzer di sedi incomprensibili persino per il pubblico più affezionato: ParoLario che da piazza Cavour passa a Villa Olmo, poi ripiega per un anno su Villa Gallia per lasciare il passo a grandi mostre che non decollano, e quello successivo torna indietro (o avanti, a seconda dei punti di vista); Europa in versi che il prossimo aprile, dopo 6 edizioni, lascerà il Grumello sempre per il “rifugio” della Gallia; il Lake Como Film Festival che pare ormai deciso ad abbandonare l’Arena del Sociale, e lo schermo che qualcuno aveva definito “il più bello d’Italia”, perché non basta che enti pubblici e privati facciano squadra solo quando si tratta di ristrutturare un bene come lo spazio estivo della massima sala cittadina, ma occorre che si adoperino anche per garantirne una gestione sostenibile al lungo termine, se no a chi l’ha in bilancio conviene usarlo per ospitare le automobili, ovvero come parcheggio, piuttosto che le star della settima arte.

Ma questo ragionamento porta lontano. Meglio tornare alla Pinacoteca: da qui viene una parte cospicua delle opere di Sant’Elia che hanno fatto il successo della mostra di Milano (con l’aggiunta di altre provenienti da collezioni private, per lo più legate alla famiglia) e costituiscono la base, anche in termini temporali, di un patrimonio importante e tutto comasco dedicato ad architetti e artisti del Novecento che il mondo, almeno quello appassionato e acculturato, riconosce e apprezza.

Sant’Elia formerebbe un bel quartetto con Paolo Giovio (dedicatario del Museo archeologico), Volta (e il suo Tempio), Garibaldi (già ospite del palazzo che ora accoglie l’omonimo museo storico): quattro figure che rappresentano altrettante epoche di Como e altrettanti legami con la storia e la cultura italiane e mondiali. Non ce ne voglia la nobile famiglia dei Volpi, che del resto, come ha più volte illustrato la conservatrice della Pinacoteca Letizia Casati, volle costruire la propria casa «in una zona volutamente riservata e tranquilla, al di fuori dei circuiti commerciali e dei traffici urbani, in un comparto che appare quasi come privato». Proprio queste considerazioni fanno pensare che l’intitolazione della Pinacoteca a Sant’Elia possa costituire un primo passo e il successivo potrebbe essere quello suggerito dall’ex ingegnere capo del Comune Clemente Tajana su “L’Ordine”, prima di Natale: spostare gli uffici e i laboratori museali da piazza Medaglie d’Oro a via Diaz, per fare spazio alle civiche collezioni d’arte in un unico polo accanto a quelle storiche e archeologiche. Un grande museo “Sangiga”, giocando con le iniziali dei tre dedicatari, acronimo che sembra evocare la tensione verso il cambiamento e la modernità che attraversa Como da secoli, non senza incontrare resistenze.


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