Quando i burocrati  asfaltano la città

Quando i burocrati

asfaltano la città

Ieri mancava una firma, oggi manca un clic, domani mancherà un timbro o un parere (magari di quelli obbligatori ma non vincolanti). Quante altre storie di burocrazia, di lungaggini e cattiva amministrazione dovremo raccontare prima che la macchina degli enti pubblici inizi a ingranare non la quinta ma almeno la terza marcia, smettendo di procedere a passo di lumaca quando non di gambero? Le notizie scovate da La Provincia nelle ultime ore non fanno ben sperare. Prima il caso della parrocchia di Santa Maria Nascente a Erba (ponteggi montati sulla facciata della chiesa a gennaio ma i lavori non sono mai partiti perché non arriva l’autorizzazione della Soprintendenza) e ora il caso del Comune di Como che deve rinviare cantieri da due milioni di euro - compresi quelli per le tanto attese asfaltature estive - visto che l’Agenzia delle entrate non ha ancora dato l’ok alle aziende sul fronte della regolarità contabile.

Sono storie di pratiche dimenticate in qualche cassetto o che rimbalzano da un ufficio all’altro, mentre i funzionari dormono sonni tranquilli, sicuri di non dover rendere conto a nessuno del lavoro svolto. Perché, si sa, il colpevole non si trova mai (o non si vuole trovare). In compenso, follia nella follia, non appena lo scandalo finisce sui giornali parte il consueto teatrino fatto di richieste di chiarimenti, convocazioni di commissioni, appelli, interrogazioni al sindaco, al ministro o al presidente della Repubblica. Tutti a indignarsi, a chiedersi come sia stato possibile. Sollecitano, si «attivano», stigmatizzano e si augurano «che episodi del genere non si ripetano più».

Un polverone che, di solito, porta il burocrate di turno, quasi impietosito, a riesumare da un faldone verdastro il mitico documento (protocollato, per carità) e ad apporvi, sbuffando, un’incomprensibile sigla.

Nulla cambia. I casi si ripetono anno dopo anno, al pari degli annunci dei governi su un’imminente «svolta epocale», frutto di una mirabolante riforma della pubblica amministrazione. Matteo Renzi non poteva fare eccezione, il testo c’è ed è stato approvato proprio poche settimane fa in Parlamento. Tra le novità, licenziamenti più facili per i dirigenti pubblici. Idea giusta, anzi giustissima, e qui non si tratta di essere assetati di sangue quanto di capire che una misura del genere tutela anzitutto i dirigenti che lavorano tanto e bene, nell’interesse della comunità (ce ne sono anche a Como, per fortuna). Chissà che di fronte allo spettro della perdita del posto - e della relativa indennità sostanziosa - qualcuno non si desti dal torpore e inizi a fornire le risposte in tempi ragionevoli. Lasciando da parte il campionario di scuse sempre pronto all’uso: c’è poco personale, siamo sommersi dalle pratiche, le leggi ci ostacolano, bisogna rispettare i «tempi tecnici».

Se poi fosse la stessa riforma della pubblica amministrazione a impantanarsi e accumulare ritardi (mancano i decreti, attuativi, li hanno annunciati per fine anno), la beffa sarebbe completa.

L’auspicio è quello di non dover raccontare ancora per anni il solito copione: i cantieri bloccati, la firma che non arriva mai, la colpa che è sempre di qualcun altro.

Mentre l’imprenditore che ha vinto l’appalto (dopo una bella dose di burocrazia, ci risiamo) impreca e si ritrova a pensare - non sarà originale ma è vero come lo è questo foglio di carta - che certe lungaggini nel settore privato non esistono. E i fannulloni, perlomeno, non hanno vita facile.

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