Mercoledì 13 Agosto 2014

Quando il ticinese

diventa italiano

Checché ne dicano o pensino nella vicina Confederazione, i ticinesi e gli italiani delle zone di frontiera alla fin fine sono fatti della stessa pasta. Sono grandi lavoratori, precisini con tendenza al brontolone, campanilisti spesso provinciali, parlano un dialetto molto simile – pronuncia a parte, oh – e hanno le medesime radici. Sarebbero un popolo, insomma, non ci fosse quella linea frastagliata che segna il confine e un solco profondissimo. Quello che separa uno Stato che funziona, con qualche difetto, e uno Stato che è esso stesso un difetto. La frontiera divide amministrazioni un po’ rigide, fredde ma efficienti da amministrazioni fai-da-te, costrette a sopravvivere in guazzabugli di norme, leggi, leggine che si modificano un giorno sì e l’altro pure, creando un taglio in più e una certezza in meno, e che si allontanano sempre più dai cittadini. La differenza, in fondo, sta tutta qui.

Da una parte la Confederazione rossa e crociata, ricca e pulita, beata tra mucche viola e caramelle d’erbe, dove i buchi sono nel formaggio e non nell’asfalto o nei bilanci pubblici. Certo, è anche il Paese un po’ triste con le frontiere che si chiudono secondo la capacità contributiva, dove si fa la corte all’Europa finché fa comodo, dove fioriscono in egual modo stelle alpine e caveau, ma d’altra parte nessuno è perfetto. Sull’altro versante, però, c’è il Paese da barzelletta, impeccabile nella forma mai nella sostanza, che una cosa dice e l’altra fa, la patria del cavillo e del condono, delle promesse non mantenute, dove nessuno controlla, il diritto non è mai certo e l’educazione civica solo il titolo di un libro che si comprava alle scuole medie e non si apriva mai.

Questa differenza, reale al di là dei luoghi comuni, finisce per condizionare i comportamenti. Esempio: un italiano che va in Svizzera in macchina si sente, di norma, come uno scolaretto con la maestra a fianco nel compito in classe. Attentissimo ai limiti di velocità, l’italico formato esportazione non cambia mai corsia senza inserire la freccia, ha i fari perennemente accesi, si preoccupa se non ha affisso la “I” vicino alla targa, rimugina sullo stato degli pneumatici ed è capace di accettare perfino il sorpasso di una Daf polacca a 60 all’ora senza muovere un muscolo, nemmeno quello del dito medio. Dall’altra parte lo svizzero che scende sotto Brogeda è, di norma, vittima di una mutazione genetica che lo induce a fare tutto ciò che sul suolo patrio condanna fermamente, senza se e senza ma. Si dirà: “per forza, da loro ci sono norme severissime contro gli italiani, mentre da noi possono fare quel che vogliono”. Falso. Le normative per gli stranieri che violano il codice della strada sono praticamente identiche. In caso di infrazione contestata all’istante da una pattuglia, l’automobilista straniero o paga per contanti o deve lasciare in loco l’automobile. Questo vale sia in Italia che in Svizzera. Anche per le violazioni accertate con l’autovelox, la multa viene spedita a casa e in caso di mancato pagamento scattano gli stessi meccanismi, giudiziari e amministrativi. In tempi e modi assai diversi, è vero, ma alla fine, prima o poi l’accertamento arriva. Da Equitalia, insomma, non si scappa, nemmeno in formato esportazione.

La differenza, quindi, non la fanno le leggi ma l’efficienza. Che condiziona i comportamenti. Di là i controlli ci sono, qui boh. In Svizzera gli autovelox funzionano davvero, tutti, sono preannunciati dal cartello “radar” e sono installati anche nei cantieri stradali. In Italia sono segnalati gli autovelox “civetta”, quelle scatole che non funzionano mai, e non sono segnalati quelli veri, spesso infrattati o messi in punti-tranello affatto pericolosi. Però mancano nei cantieri autostradali, ad esempio, dove il limite è a 80 all’ora, tutti vanno a 130 e il pericolo è reale. Ben venga il tutor, allora, che quantomeno garantisce una maggiore equità. A patto che qualcuno le recapiti, poi, le multe. Ma è un altro discorso. Detto questo, cari cugini confederati, rassegnatevi: italiani non lo siete ma, passato il confine, lo diventate. Anche se non è colpa vostra.

Mauro Butti

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