Sant’Anna, la vergogna
di una storia all’italiana

La vicenda della mancata riapertura del bar all’ospedale Sant’Anna ha un retrogusto tutto italiano. Già, con quella fretta di tagliare nastri e cercare i riflettori, che poi rischia di portare a brutte figure. Nel nostro Paese analoga tempestività ha più probabilità di mancare, quando si tratta di preparare il terreno e quindi lavorare al risultato concreto, non solo declamato.

Potrebbe sembrare una barzelletta, se non ci fossero di mezzo le persone. Quelle persone che vengono curate dalle eccellenze sanitarie del Sant’Anna.

Ma anche l’attenzione ai bisogni loro e dei familiari, di coloro che le assistono (e spesso alleviano così il peso degli operatori), non è un elemento meno importante per un luogo di cura.

Quando si affronta una terapia e si entra in un ospedale, si vive un’esperienza di dolore, che è fisico e non solo. L’aspetto psicologico non è meno rilevante e di questo bisogna tenere conto in ogni momento.

Ecco perché non è una barzelletta: si tratta di uno scandalo. Un bar non significa semplicemente un caffè o un panino. È anche un luogo dove potersi recare, magari a fatica, quando si ricomincia ad acquisire la capacità di muoversi dopo un intervento chirurgico: qualche passo e un piccolo grido di libertà, di fiducia riconquistata. Oppure uno spazio dove si va a bere sì qualcosa di caldo, ma anche a condividere uno sguardo, un sorriso, frammenti di conversazione con qualcun altro: elementi non meno preziosi rispetto a un farmaco.

Questo discorso vale per il paziente. È ugualmente importante per le persone che si trovano accanto a chi soffre e a chi deve sottoporsi a esami o cure. Quando si deve sostenere un turno di notte, vegliare con trepidazione accanto a un familiare o comunque a una persona di cui si ha la responsabilità, il caffè della macchinetta non è proprio la stessa cosa. E non per una mera questione di gusti, bensì per l’aspetto che si rimarcava prima. Per la socialità e il sollievo mentale che offre un passaggio al bar.

Persona. Resta questa la parola chiave. E certo, persone sono anche i lavoratori che non meritavano di vedersi strappate la gioia di un posto e la certezza su quando riconquistarlo.

Vanno ascoltate le ragioni di ciascuno e capiamo tutte le difficoltà del mondo visto che - purtroppo, a volte ci verrebbe da sospirare - non viviamo su Marte, ma nel Paese della burocrazia. Non per questo, tuttavia, vogliamo abituarci o rassegnarci o magari trasformare i cavilli in alibi.

Dopo questa vicenda assurda, da tutti quelli che possono (e devono), ci aspettiamo ogni sforzo per arrivare a una soluzione. Rapida e senza ulteriori incertezze.

Una questione di rispetto. E anche di eccellenza, per un ospedale.

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@MarilenaLualdi

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