Sentenza già scritta  Ha perso Como

Sentenza già scritta

Ha perso Como

Se la via giudiziaria fosse o meno l’inevitabile sbocco di un cantiere nato male e cresciuto peggio saranno le sentenze a dirlo. È certo però che il processo che si è aperto ieri segna il fallimento degli ultimi quindici anni di guida della città. Un fallimento pagato a caro prezzo dai comaschi, e non solo per i costi di un progetto pasticciato - e peraltro del tutto inutile - che continuano a lievitare pure ora che state leggendo queste righe, ma anche e soprattutto per lo sfregio causato al volto migliore di Como: il suo lungolago. E se a rispondere delle accuse penali dovranno essere i tecnici, guai se i politici si chiamassero fuori. Eppure la giunta del Comune di Como ci ha provato a dire: “Signori, non è colpa nostra”. Lo ha fatto con la costituzione di parte civile dell’amministrazione cittadina, che nel processo “paratie e appalti pubblici” vuole dagli imputati i danni patrimoniali, non patrimoniali e d’immagine. Una costituzione, sia detto chiaramente, inevitabile e doverosa nei fatti. Ma che, nella forma e nelle motivazioni, suona più stonata di una chiave di violino suonata in Re.

Il contenuto dell’atto con il quale l’avvocato di Milano, incaricato di difendere il buon nome di Palazzo Cernezzi, ha chiesto e ottenuto di potersi costituire parte civile contraddice clamorosamente una posizione orgogliosamente sostenuta da Lucini e dai suoi fino all’altro ieri. E cioè che la strada imboccata a suo tempo dall’amministrazione con lo stop al cantiere, la conferma di Sacaim quale ditta incaricata dei lavori, lo spacchettamento degli incarichi per affidare la progettazione a un gruppo di professionisti fidati, il contenuto della terza perizia di variante erano la via giusta per impedire alla città di ereditare un’opera pericolosa e pericolante, costosa e dai tempi di realizzazione infiniti.

Da ieri mattina, tutto questo, non vale più. Perché se le parole hanno un senso dall’atto di costituzione di parte civile del Comune scopriamo che è stata esclusivamente tutta colpa dei dirigenti ora a processo. Sono stati loro a “impedire la corretta determinazione dell’ente a favore di alcuni e ai danni di altri”. E sono stati loro a “sviare lo svolgimento dell’attività amministrativa dell’ente”. Come? Conferendo l’incarico di progettazione della terza perizia di variante» turbando “la regolarità amministrativa del contenuto dei bandi” il tutto “al fine di condizionare il contenuto della variante numero tre e del nuovo bando, preservando il contratto con la Sacaim pur in presenza dei presupposti di fatto e di diritto per la risoluzione”.

Eppure se andiamo a rileggere le dichiarazioni rese dal sindaco Mario Lucini undici mesi fa scopriamo una realtà profondamente differente da quella dipinta ieri nell’aula di giustizia: “Rivendico con orgoglio il lavoro che abbiamo fatto. La nostra scelta è stata motivata, lineare e condivisa con la città. Insieme alla Regione valuteremo i rilievi mossi dall’Anticorruzione e decideremo cosa fare. Si tratta di un ente autorevole, ma non è la Bibbia”. E sul licenziamento di Sacaim: “Le conseguenze sarebbero pesantissime, in termini di fermo cantiere, di ulteriori costi e contenziosi. Più che la posizione di Anac, io ho a cuore il futuro della città”.

Neppure un anno dopo, tutto cambiato. Perché per i legali del Comune Sacaim doveva essere mandata via e le “scelte lineari” fatte non erano poi così lineari.

La via giudiziaria nelle cose amministrative è sempre un fallimento. Ma quel fallimento, ieri mattina, ha pure assunto i toni del paradosso e della presa in giro. Comunque finirà, la sentenza è già scritta: ha perso la città.

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