Sindaci, la persona

“batte” l’ideologia

Dire che il voto per il sindaco è cosa diversa rispetto a quello per le politiche (o le Europee, per rimanere all’attualità) è un’ovvietà tremenda. Eppure vale la pena di ribadirla. Prima dell’ideologia, prima dell’appartenenza politica, prima degli slogan sparati in televisione o sui social, viene la persona, il suo vissuto, il suo essere “dentro” e “per” la comunità nella quale ci si candida.

Al di là dei singoli casi, affidati naturalmente alle valutazione degli elettori dei singoli paesi, questa banale considerazione è l’elemento più rilevante delle votazioni nei 93 comuni andati alle urne. Ed è, tutto sommato, un dato incoraggiante. Quando un elettore non si fa trascinare (solo) dal momento storico ma ha la capacità di valutare l’operato di un singolo, spogliandolo di ogni considerazione politica e partitica, significa che la democrazia rappresentativa è ben avviata sul sentiero della maturità consapevole.

Del resto, lo sanno bene anche gli stessi politici che non sempre conviene “nascondersi” o affidarsi in toto al partito di riferimento. Non è un caso che pochissime liste avevano inserito nel proprio logo o nella propria denominazione i nomi dei partiti nazionali, proprio nella convinzione (o nella speranza) di andare oltre il proprio pozzo.

Un altro dato di fatto è il valore della continuità. C’è la tendenza a fidarsi di chi ha già dimostrato di essere in grado di amministrare il comune. Lasciare il “certo” per un futuro poco chiaro e comunque tutto da scoprire, viene letto spesso come un poco rassicurante salto nel buio. Perché il sindaco che hai avuto per cinque anni – al netto delle eccezioni - l’hai di sicuro incontrato per la strada, ha premiato il tuo bambino al torneo di calcio, ha tagliato il nastro della palestra che aspettavi da tanto tempo. E, soprattutto, ne conosci pregi e difetti, capacità e prospettive.

Per questo sono state molte le conferme. A cominciare da Cantù dove Alice Galbiati, che era subentrata in corsa al dimissionario Edgardo Arosio appena un anno fa, non si è limitata a fare da traghettatrice ma ha occupato la poltrona come se non fosse “solo” un sindaco facente funzioni. Il risultato è una vittoria schiacciante (e mortificante per gli avversari) che i numeri certificano e che, forse, va addirittura al di là delle aspettative della stessa candidata. Mariano, l’altro comune oltre i 15 mila abitanti tra quelli chiamati alle urne, ha invece pagato una legislatura complicata, infarcita di polemiche (spesso interne) e che hanno portato il sindaco uscente (alla prima legislatura) ad abbandonare la contesa.

Molte le ricandidature vincenti. Il “caso di scuola” è quello di Tremezzina dove la Lega, alle elezioni europee, aveva ottenuto il 55 per cento dei consensi, facendo apparire la Bulgaria un paesino “povero” del Lago di Como. Ma dove Mauro Guerra, già parlamentare del Partito Democratico e con una storia che volge tutta a sinistra, si è riconfermato con percentuali del tutto inattese. E in tutti e quattro i municipi di cui si compone Tremezzina, sancendo con i numeri la vera nascita del Comune nato dalla fusione.

E poi c’è l’effetto Lega. E’ andata “molto bene” ma non “molto… benissimo”. Il simbolo ufficiale compariva in 15 comuni dei 93 alle urne (al netto delle liste civiche di orientamento) e in otto casi (compreso Cantù e Mariano) ha portato a casa la vittoria. Paesi importanti, peraltro, come Lomazzo e Cermenate (con ribaltone annesso) ma anche Cadorago, Rovellasca e soprattutto Lezzeno, dove Armando Valli “Mandell” per tutti – sia pure stando dietro le quinte - ha riconquistato quello che fu per tanto tempo il feudo bossiano per eccellenza. Però, ha anche dovuto subire qualche sconfitta cocente. Ha perso a Canzo, per fare un esempio, nonostante in lista ci fosse Fabrizio Turba, uno degli emergenti del partito dopo l’elezione in Consiglio regionale. E lo stesso è accaduto ad Albavilla, Veniano, Monguzzo, Albiolo, Ponte Lambro e Carugo. Certo, tutti centri che non sono paragonabili per dimensione ed importanza strategica ma che danno il senso di un voto che sì è allineato ma non completamente.

Fare il sindaco, dicono da più parti, è una missione al limite del possibile, soprattutto con certi chiari di luna. Ricevere l’imprimatur dai propri cittadini è soprattutto un atto di fede che va onorato al meglio. Non per menar gramo ma i sindaci eletti saranno attesi da cinque anni di lacrime, sangue e, ad andar bene, qualche pacca sulle spalle di incoraggiamento. A tutti loro vanno gli auguri de “La Provincia”. Così ad occhio, ne avranno tanto bisogno.


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