Storia di re Carlo,
fuoriclasse normale

A differenza di quello cantato da De André, che tornava dalla guerra, il re Carlo canturino questa volta ci andava. E ad ammetterlo, con la tenerezza dell’ultimo highlander (citazione da Fabrizio Frates, uno degli amici veri del Charlie), è stato lui stesso, a fine gara. «Non ho mai subito così tanta pressione e vissuto in tensione come in questi ultimi giorni. Persino nella finale olimpica ero più tranquillo».

La normalità del fuoriclasse. Non c’è storia. Non c’è storia perché non si è numeri uno a caso. E Recalcati in cima a tutte le classifiche lo è da una vita: prima quando bruciava le retine da giocatore e poi quando ha deciso di trasformare la sua passione in missione. Insegnando il basket ai campioni. Lui che campione, in primis, lo è nella vita.

È tornato a casa, il figliol prodigo. Lo ha fatto in uno dei momenti più difficili della storia biancoblù, andando là, dove lo ha portato il cuore. Perché è solo per una scelta d’amore, quando è ormai da un anno che sei fuori, che puoi decidere di rimetterti in gioco, all’alba dei 72 anni. E non per una causa qualsiasi, ma per la sorte (sportiva e che mai come in questo posto è anche questione di vita) della “sua” squadra, della “sua” città e della “sua” gente.

E la Cantù, non solo quella che contava, c’era tutta, l’altra sera. Fisicamente, al palazzo, e idealmente, da casa. Per, giusto per tornare al De André iniziale, “cingerlo d’allor”. E la pelle d’oca, stranissima sensazione di massa, è venuta a tutti al momento dell’ingresso in campo del Carletto. Alla gente che applaudiva e a lui che rispondeva sempre con un applauso e le dita alzate al cielo a indicare chi lo osannava dagli spalti.

Non c’è età per l’emozioni. Nonno Recalcati ce lo ha ricordato. Lui che ha vinto (e visto) tutto. Lui che è arrivato a furor di popolo. Voluto da una piazza che ama la squadra più che in qualsiasi altro posto al mondo. E il “l’è vun di nost” che si è levato da ogni luogo nella città dei canestri, in questo caso, non ha niente di politico. Ma è un inconfondibile segno di appartenenza. Il marchio che il territorio ha voluto mettere in una serata che di canturinità profumava già, data la prima di uno sponsor, la Mia di Figino Serenza, che aveva deciso di sposare il progetto.

Progetto che – per intesa – era, resta e sarà russo (e meno male, soprattutto se i Gerasimenko continueranno a mantenere gli impegni per squadra e palazzetto) anche se, all’improvviso, ha fatto una virata importante, che porta dritto in Brianza e che, sotto la spinta della compagine italiana, è diventato sempre più somigliante a quello che ottant’anni di storia ci hanno lasciato.

Recalcati ha vinto. Due volte. Prima nell’accoglienza e poi sul campo. Aveva vinto, questione di onestà intellettuale, anche Kiril Bolshakov al suo esordio, e non in una partita normale bensì nel derby di Varese. Ma l’impressione, netta, ora è quella di essere davanti a un’altra cosa. All’alba di una nuova stagione. Che si apre con entusiasmo alle stelle, tanta partecipazione e un’empatia da far classifica. Come sempre, Cantù ha dato l’esempio e quello che succede a queste latitudini non ha eguali in nessun altro angolo. Un allenatore, una società, una città. “Al sol della calda primavera lampeggia l’armatura del Sire vincitor”. Stavolta sì, re Carlo tranquillamente può tornare dalla guerra.

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