Lunedì 10 Giugno 2013

Sui poveri in centro

una doppia visione

L’argomento è serio, addirittura drammatico: per non sprofondare subito nella retorica sarà meglio trovargli subito una chiave ironica.

Diciamo allora che da qualche tempo a questa parte, il comasco che abbia intenzione di attraversare il centro storico avvertirà, alla partenza, quel curioso senso di timore e di anticipazione tanto familiare allo slalomista che si trovi al cancelletto di inizio percorso.

Una volta partito sa che in ogni strada, a ogni svolta, potrà essere fermato, blandito, trattenuto, implorato e qualche volta perfino aggredito: così si manifesta, purtroppo, il crescente fenomeno dell’accattonaggio in centro. E a ogni incontro, il cittadino che non sia (o voglia passare) per insensibile all’altrui sfortuna dovrà, di volta in volta, concedere qualche moneta, comprare un libro, balbettare una scusa, fingere improvvisa sordità, esibirsi nello sguardo a raggi X (quello che attraversa il prossimo senza incontrare ostacolo nella sua persona), perfezionare il suo gioco di gambe per aggirare, eludere, anticipare le intenzioni di chi, spinto dal bisogno, cerca di fermarlo. L’approdo sul lungolago, dopo un simile percorso, è sempre accompagnato da una sensazione curiosa: fatta di sollievo e senso di colpa insieme.

Chi attraversa spesso il centro storico sa che, nonostante il tono scanzonato, non stiamo esagerando: l’incontro con il bisogno fatto persona è sempre più frequente e la gente è costretta con altrettanta frequenza a fare i conti, morali e pratici, con esso.

Ne risulta uno scontro - una lacerazione, se preferite - che è quanto di più delicato siamo chiamati a gestire. Si confrontano due atteggiamenti opposti e lasciateci dire che anche questa volta, come spesso accade, il torto, infido ingrediente delle relazioni umane, non si schiera da una sola parte.

La prima posizione, recentemente espressa da una lettera-appello dei commercianti, è quella di chi si vede toccato nel business, certo, ma anche nell’amor proprio di cittadino. «I turisti» riferiscono i negozianti del centro, «sempre più spesso si lamentano per la costante aggressione cui sono sottoposti da parte dei mendicanti. Questo non fa bene né al turismo né al commercio: in ultima analisi non fa bene alla città». Può sembrare un atteggiamento arido, perché esclude l’aspetto umano della questione, ma nondimeno sono parole da non sottovalutare: se la “vocazione” del centro, come abbiamo detto e auspicato mille volte, è commerciale e turistica bisogna che lo sia davvero e non possiamo voltare la testa quando si presenta un contrattempo che non ci sembra delicato affrontare.

La seconda posizione emerge non appena è scattata la risposta più ovvia al problema: la repressione. Controlli, pattuglie, fogli di via. Questore e prefetto chiamati a concentrarsi sul problema agendo come può agire, sul momento, chi si occupa di ordine pubblico: far sloggiare l’indesiderato. Una risposta attesa e in qualche modo inevitabile, che non manca di suscitare un dubbio: può essere questa la soluzione a lungo termine?

Marco Mazzone, impegnato nel Banco alimentare a Como, sostiene di no. Potete leggere la sua opinione in cronaca, ma qui la sintetizziamo: dietro la povertà esiste un racket che ne rastrella i proventi e arriva il punto da mettere le mani sui pacchi di cibo distribuiti (in teoria) ai bisognosi. La soluzione più duratura - e anche giusta, diremmo - sarebbe dunque quella di affrontare il racket una volta per tutte.

Ci vorrebbe, per farlo, tanta determinazione e tanta pazienza. I commercianti dovrebbero aspettare più a lungo per vedere le strade senza mendicanti, i cittadini dovrebbero sforzarsi di tenere a freno ancora per qualche tempo la loro insofferenza, perfino i turisti dovrebbero metterci un po’ di buona volontà. L’alternativa è quella della già citata repressione, ma funziona solo a brevissimo termine. E poi, mano sulla coscienza: quanto a lungo potremo camminare in centro sapendo che la polvere del problema, con tutto il suo corollario di sofferenza, è stata semplicemente spazzata sotto il tappeto?

Mario Schiani

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