Martedì 17 Giugno 2014

Sulla fine di Yara

risposte non odio

Ignoto Uno” ha un volto e un nome, l’incubo è finito. Questo lascia supporre la decisa e sorprendente svolta dell’inchiesta sulla morte di Yara Gambirasio, con il fermo del muratore di Mapello, presunto assassino della ragazza secondo gli investigatori, identificato grazie all’esame del Dna.

L’uomo ha dribblato il primo interrogatorio avvalendosi della facoltà di non rispondere, ma i detectives e gli esperti della scientifica non sembrano avere dubbi. E l’annuncio ufficiale della soluzione del caso con un comunicato emanato dal ministro dell’Interno in persona potrebbe essere il timbro all’ufficialità della notizia. Ma è difficile in questa lunga notte andare oltre la cronaca in diretta mentre i dettagli si rincorrono e le ipotesi si affastellano, dopo tre anni e mezzo di flebili spiragli e di angoscianti chiusure. Dopo avere ascoltato con fiducia frasi del tipo «Siamo vicinissimi alla soluzione» e dopo avere visto allargarsi sconsolate anche le braccia dei più esperti investigatori.

Abbiamo assistito con attenzione e rispetto alla più grande caccia all’uomo del dopoguerra, con 18.000 persone coinvolte e altrettanti Dna raccolti, catalogati, confrontati. Abbiamo visto paesi del nostro territorio rivoltati come calzini, uomini e donne messi di fronte alla loro storia, al loro passato, con l’ombra lunga del sospetto che a un certo punto ha preso ad accompagnarli sulla strada della vita.Tutto questo perché una ragazza innocente ritrovata senza vita in un campo nel gelo dell’inverno di tre anni fa meritava verità e giustizia. Tutto questo perché una famiglia distrutta dal dolore ha continuato a porre con la forza della fede, accompagnata da una compostezza e da una dignità umana senza pari, le due domande supreme che si possono porre alle autorità, alla società. Chi? Perché?

Ora è il tempo delle risposte. Le ascolteremo con l’angoscia di chi è testimone di un evento che non ha nulla di spettacolare, ma che restituisce dolore e tristezza. Probabilmente sapremo perché una ragazzina di 13 anni dal sorriso largo, cullata dal calore della famiglia e per nulla spaventata dal percorrere i primi passi in quell’impasto di miele e sale che è la vita, è stata spezzata come un fiore. Con la crudeltà, il furore, l’assurdità di quegli eventi. Ed è stata abbandonata come una bambola senz’anima fra un cantiere e una roggia.Se è lui l’assassino avrà molto da dire. O forse niente. E in questo lungo momento che ci trasporta dentro un limbo che sa di verità ma non ancora di certezza, rivediamo i volti e le espressioni di quegli investigatori dei carabinieri e della polizia che per tre anni e mezzo hanno ripercorso il filo delle indagini con la pazienza, la costanza, la ripetitività di gesti apparentemente marginali, ma che centimetro dopo centimetro li avrebbero condotti verso la luce. C’è qualcosa delle migliori pagine di Durrenmatt dentro questa storia. C’è qualcosa de “La promessa”, quella fatta alla madre disperata che chiede giustizia per la figlioletta uccisa. E alla quale l’anziano commissario, di turno il giorno prima di andare in pensione, garantisce che trascorrerà il resto della vita a cercare il nome, il volto di chi ha ammazzato la sua bambina. E lo fa. Se è lui l’assassino, è quello della porta accanto. Ancora una volta la regola numero uno è vincente: non cercare lontano, il male potrebbe aver preso casa nel quartiere vicino. Senza considerare dialetto, colore della pelle, timbro sul passaporto. Ma in virtù di un garantismo che non può essere solo di facciata, rimaniamo col fiato sospeso. Perché è vero che l’esame del Dna ha un valore scientifico assoluto ed è l’imprescindibile cardine d’un impianto accusatorio, ma è altrettanto vero che per Simonetta Cesaroni non bastò. E che la confessione rimane la più umana e decisiva delle prove.

Nel momento più sofferto e delicato ci rendiamo conto che se un incubo sta per finire un incubo potrebbe cominciare: quello di una famiglia, di un’altra madre, di un’altra moglie, di piccoli innocenti e ignari, che per tre anni e mezzo hanno amato, rispettato, ascoltato un uomo, un marito, un padre, un figlio dalla doppia personalità. E non hanno visto quelle mani sporche di sangue che il tempo non ha saputo lavare. Tutto questo sembra incredibile, frutto di un incubo, mentre dentro la caserma dei carabinieri c’è un uomo accusato del più feroce dei delitti che si dichiara «sereno».

Non esiste serenità in quest’incertezza dalle troppe sfumature, che ci lascia travolti dall’angoscia e dall’amarezza nonostante la scienza abbia emesso il suo verdetto. E mentre aspettiamo lumi ci rimbomba come un monito una frase di Fletcher Christian sul Bounty in procinto di ammutinarsi: «Questo posto è così piccolo che se ci mettiamo anche l’odio non ci stiamo più».

Giorgio Gandola *

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