Testimone o maestro? Il mistero di Dario Fo

Testimone o maestro?
Il mistero di Dario Fo

Se fosse ancora qui certo sarebbe contento del Nobel a Bob Dylan, se non altro per veder scomparire finalmente la vetusta distinzione fra letteratura e musica pop, poesia e testi di canzoni non banalizzate dal successo commerciale. Niente più confini, come è accaduto all’arte, al teatro e anche al cinema, linguaggi che possono mescolarsi, intrecciarsi, dar luogo ad un linguaggio nuovo.

Sì, sarebbe soddisfatto Dario Fo, scomparso a novant’anni mantenendo giovani mente e cuore e soprattutto quello che l’ha sempre caratterizzato, il gusto dello sberleffo, dell’irriverenza, dell’invettiva , dell’indignata ribellione contro i soprusi di un potere che non esita a diventare strumento di sopraffazione. Vicino in qualche misura alle posizioni contestative e antimilitariste del bardo di Duluth, ma certo con una dose ben maggiore di violenza denunciatrice. La scelta di schieramento politico con lui aveva sempre la forza di una provocazione, la consapevolezza in fondo di aver perso la battaglia ancora prima di combatterla ma non per questo decidere di abbandonare il campo, anzi ribadire una visione esistenziale in cui il senso profondo della solidarietà umana deve troppo spesso subire il cinismo oppressivo del potere.

Denunciare, urlare la denuncia in nome di una giustizia sociale conculcata, disprezzata, elusa. Mantenendo ben saldi i piedi a terra, in nome di un realismo laico che non ha mai accettato compromessi con una visione ultraterrena, pur accettandola nella sua concretezza storica, amando figure di santi simboli dell’umiltà estrema e dell’amore per il prossimo e nello stesso tempo tuttavia rifiutando l’esortazione a credere dei ministri della Chiesa, insistendo nel mantenere incandescente una campagna anticlericale tanto ingiusta quanto generica.

Il colore politico populista e non meramente popolare, che ha contrassegnato atteggiamenti e prese di posizione in pubblico, specie quando era al suo fianco l’amatissima moglie Franca, ha finito purtroppo per distogliere l’attenzione dall’importanza del suo pensiero, dall’efficacia dell’operazione culturale svolta dalla sua opera multiforme e specialmente dal suo teatro anticonvenzionale. Direi che ha impedito di apprezzare per intero la modernità di una ricerca che aveva radici profonde nella storia e quindi rappresentava, paradossalmente, una strenua difesa della tradizione. Non credo di rivelare nulla di nuovo ricordando che molti furono sorpresi o addirittura sconvolti nel giorno in cui gli venne assegnato un Nobel. Come, un premio internazionale ad un comico che tende talvolta a fungere da comiziante? Quei benpensanti non accettarono ciò che Fo aveva assunto come divisa, anche nella vita quotidiana e non solo nella finzione scenica, l’abito sbrindellato del giullare. Una maschera che viene da lontano e attraversa i secoli come una ghignante furia rivelatrice di turpitudini nascoste: oltre ancora, un tarlo che divora l’ipocrisia, mette in luce il marciume morale sotto il fallace aspetto del buoncostume borghese, odiato da Pirandello e da un teatro che sembra lontano dalle giullarate di Fo ed è invece così vicino. Un teatro dove il dramma è sotteso all’apparente comicità delle situazioni, a partire da Aristofane nel quale, osservava Fo, «affiora una tragedia e con la tragedia l’indignazione civile».

Guardiamo alle origini, al teatro medioevale - diceva ancora – dove le farse, i fabulazzi, le conte venivano chiamati “moralità”. E quando queste rappresentazioni miravano a edificare il pubblico apparivano noiose, stucchevoli. Occorreva inserire il pungolo della beffa, divertire e ribaltare il coperchio che nasconde la verità delle cose, snidare il vizio imbellettato di falsa virtù. Un proposito serio e cosciente, di folgorante penetrazione allorchè lo scrittore/drammaturgo usava con maestria il parlar volgare, da gente semplice, che balbetta usando il grammelot, il dialetto inventato che riassume tutti dialetti nostrani, lamentando le infinite sofferenze dei derelitti, come nel capolavoro recitato mille volte dovunque, “Mistero buffo”. Ecco ancora una delle sue osservazioni che oggi assumono un significato più incisivo: «In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze».

Negli ultimi anni Dario Fo, rimasto solo a difendere se stesso e la sua concezione del mondo, sembrava invaso dall’ansia di aver detto, fatto troppo poco. Si è messo a scrivere, a dipingere, a recitare in modo persino compulsivo, lottando contro il tempo e la fatica. Da attore si è trasformato in docente, non più l’allampanata e snodata macchietta degli esordi che si fece conoscere al Piccolo in un indimenticabile rivista fuori stagione con Durano e Parenti, “Il dito nell’occhio”. Giullare sempre e comunque, ma consapevole di svolgere un compito educativo, di incitare ad una rivolta ma non per distruggere senza saper ricostruire. Forse non ce ne eravamo accorti del tutto, ma con lui, nella grazia persuasiva, e ormai non più violenta, dell’anziano teatrante divenuto maestro, s’incarnava una speranza di rinnovamento che coinvolge tutti nel momento in cui, lui come noi, sentiamo vacillare le certezze di un mondo che cambia.


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