Toglieteci tutto  ma non il cellulare

Toglieteci tutto

ma non il cellulare

«Mi telefoni o no, mi telefoni o no... Chissà chi vincerà». Ecco, tra i due amanti cantati da Gianna Nannini questa volta ha vinto il silenzio. Un silenzio incredibile, calato ieri pomeriggio su Como e su mezza Lombardia, complice un problema alla rete Tim. Panico in redazione, perché la nostra categoria è telefono-dipendente da sempre. Ma panico anche nel resto della città e della provincia. E allora raccontatela a qualcun altro la storiella del comasco chiuso e “musone”, che non socializza nemmeno al Carnevale di Rio. Il blackout di ieri, tanto improvviso quanto dirompente, ha messo in mostra quello che siamo, nel bene e - soprattutto - nel male. No, non abbiamo scoperto un comasco improvvisamente caciarone, però si è capito che, per dirla con lo slogan di una nota marca di orologi, possono toglierci tutto ma non il nostro cellulare.

Abbiamo bisogno di comunicare (cosa? Non si sa, l’importante è comunicare), di essere sempre raggiungibili, di restare connessi, di sapere dove sono gli altri, cosa fanno, con chi sono.

Improvvisamente, poco prima delle quattro del pomeriggio, tutto questo è diventato impossibile, almeno per chi ha un contratto con il gestore andato momentaneamente in crisi. E allora che si fa? Superato lo shock, si cerca subito un’alternativa: tutti su Facebook a caccia di uno stratagemma e - prima ancora - ad avvisare il mondo che, ahimé, proprio non ci possono chiamare, ma se hanno bisogno possono sempre scriverci qui sui social, ché non si sa mai, metti che arriva l’occasione della vita e il telefono non è raggiungibile...

Poi via con i messaggi su Whatsapp, sfruttando il wi-fi. Perché io DEVO sapere come stai, cosa hai mangiato, dove hai trovato parcheggio, a che ora esci dall’ufficio, E poco importa se la risposta è che ovviamente stai bene, hai mangiato un panino come tutti i mercoledì, hai lasciato la macchina al solito autosilo e finirai di lavorare alle 19 come tutti gli stramaledetti giorni feriali. Devo saperlo lo stesso, altrimenti non si va avanti. «Una volta non c’erano i cellulari e non cascava il mondo», dicono i meno giovani. Ma li guardiamo scuotendo la testa.

Poi, per carità, ci sono anche telefonate più importante, c’è il lavoro. Non poter chiamare né ricevere, per ore, può rappresentare davvero un problema, qualcuno ieri si è spaventato non vedendo arrivare l’amico o il collega a un appuntamento e non riuscendo a contattarlo. Ma il fenomeno emerso con chiarezza è un altro: chi non telefona è perduto, anche nella chiusissima Como. Si risponde al telefono in macchina, in motorino, al museo, in chiesa, a scuola, sotto la doccia (sì, qualcuno lo fa).

Effetti collaterali della tecnologia e di questo mondo iper-connesso. Ieri, per tre ore, tutti in crisi di astinenza da telefonate. E ci si è messa anche l’energia elettrica a fare le bizze, mandando in tilt di nuovo il passaggio a livello di viale Lecco e paralizzando di conseguenza il traffico. Chissà, forse era tutto studiato, era un modo per ricordarci che «oltre alla tecnologia c’è di più», che una telefonata non può sostituire l’abbraccio di un amico e lo sguardo di una madre. E che magari un po’ di silenzio non guasta.

Alle 18.30 è tornato tutto regolare, allora sotto con la lista delle telefonate da “recuperare”. Sospiro di sollievo, ma che giornataccia. Non c’è nulla di peggio del blackout telefonico. O forse sì: potrebbe piovere.

E in serata succede davvero, a ricordarci che i comaschi saranno pure cambiati, ma la piovosa Como resta. «Pronto? Qui piove, e lì? Ah, anche lì. Ok, ci sentiamo dopo».

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