Tre piccole vittime

di un amore malato

Tre piccole vittime di un amore malato

Un anno dopo la mattanza, la giustizia ha dichiarato che Edlira Dobrushi Copa non è colpevole dell’uccisione delle sue tre figlie, per vizio totale di mente. Quando le accoltellò con novanta colpi tra l’8 e il 9 marzo 2014, l’albanese non sapeva ciò che stava facendo, accecata da un delirio paranoide dopo l’abbandono del marito Bashkim, che si era rifatto una vita con un’altra donna.

Una madre che d’improvviso si trasforma in un boia, rinnova la tragedia di Medea, sposa ripudiata di Giasone e assassina per dispetto dei propri figli, desidera che tutto finisca presto e cancelli ogni traccia del suo passato coniugale. Non importa come né perché, serve soltanto una punizione, e subito.

Ora Edlira dovrà trascorrere dieci anni in una struttura psichiatrico-giudiziaria, nella quale peraltro è già ricoverata, dopo che lo scorso ottobre lo psichiatra forense l’aveva dichiarata incapace di intendere e di volere e i due tentativi di suicidio, seguiti a quello agito alla fine dell’esecuzione delle bambine nelle stanze di casa, nel quartiere di Chiuso.

L’indomani della strage, padre Angelo Cupini, a nome della Casa sul Pozzo, distante poche centinaia di metri da quella della famiglia Dobrushi, parlò del dramma dell’incomunicabilità, male sempre più diffuso nella nostra società iper comunicante soltanto in teoria, ma in realtà costituita da esseri «reciprocamente sconosciuti» pur nella vicinanza.

Quelle parole oggi ritornano lancinanti assieme al ricordo di ciò che Edlira scriveva nella sua pagina Facebook, parole sulla solitudine e sulle ferite dell’anima, argomenti di cui non era probabilmente stata in grado di discutere con il marito, ormai assente, anche se presente qualche volta per salutare le figlie, belle e sorridenti in una delle ultime immagini felici postate sul social network.

Le famiglie si sfasciano anche per questo, per quella lontanissima vicinanza che oggi spesso ci impedisce di confrontarci, e magari litigare ma dicendoci in faccia i nostri perché, oppure chiedendo aiuto nella difficoltà a un amico, a un prete, a uno psicologo.

La paura di un rifiuto, di aprirci all’altro, ci portano a ripiegarci totalmente su noi stessi e a meditare in continuazione vendette, rinunciando a comprendere l’evidenza e, quasi sempre, ad accettare le critiche.

In questo “femminicidio cannibale”, Bashkim Dobrushi ha avuto un ruolo passivo ma decisivo, con il suo allontanarsi progressivo dalla moglie ma non dalle figlie, scatenando in Edlira una folle gelosia e un senso di totale abbandono, lasciandola sola con i suoi incubi e forse i sogni di bella donna ancor più obbligatori in un Paese ricco dell’occidente.

L’uomo ha mostrato nel dolore grande equilibrio e dignità, forse si era accorto della latente follia della moglie, o forse era già troppo lontano, preso da nuovi doveri e affetti, oppure pensava che Edlira se ne sarebbe fatta una ragione, non era una questione di soldi né di indigenza, probabilmente solo di pazienza e di tempo.

Non è stato così, e dell’esistenza italiana di Simona, Keisi e Sidny, bambine splendide amate di un amore malato, non rimane più nulla, nemmeno le loro spoglie, tumulate in Albania dal loro padre. Nel 2025 Edlira sarà una donna di 48 anni, e forse dovrà ritrovare un senso alla sua vita.

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