Un fisco assurdo  penalizza i virtuosi

Un fisco assurdo

penalizza i virtuosi

Per molti anni il tema del federalismo fiscale è stato al centro dell’agenda politica. La Lega in particolare ma anche i partiti del centrosinistra lo hanno cavalcato a lungo, ovviamente declinandolo in modo differente, nella comune convinzione che solleticasse la fantasia degli elettori del Nord l’idea di poter trattenere sul territorio gran parte della ricchezza prodotta. Il Carroccio delle origini, quello dei manifesti con la gallina nordista contro Roma ladrona, aveva dato alla questione una efficace, quanto semplicistica, rappresentazione. In fondo, si diceva, quale garanzia migliore di buona amministrazione se non quella chiamata ad amministrare le risorse prodotte sul territorio?

Questo genere di argomenti, in effetti, ha alimentato per un certo periodo il consenso nelle regioni settentrionali.

Oggi, come ha detto il sindaco di Cantù Claudio Bizzozero su La Provincia di ieri nell’intervista di Francesco Angelini, non ne parla più nessuno. Eppure la cosiddetta questione settentrionale è tal e quale a ieri. Anzi, se possibile, le cose vanno sempre peggio. Con gli enti locali che, a prescindere dal buon governo degli amministratori, hanno sempre meno soldi da spendere. E i cittadini che sono sempre più oppressi dal fisco in particolare per il forte aumento dell’imposizione locale.

Facciamo un passo indietro. Le modalità di finanziamento dei Comuni hanno subito, negli ultimi anni, varie riforme. La principale è stata nel 2011 il via al federalismo municipale che ha abolito il precedente sistema dei trasferimenti dallo Stato centrale ai sindaci introducendo il cosiddetto fondo di solidarietà comunale. Il principio - quello che ci sia un meccanismo di tutela dei Comuni più poveri - può essere condivisibile. Ma qualcosa non torna se è vero che il fondo, alimentato quasi completamente dalle risorse economiche che i Comuni stessi cedono allo Stato stesso dopo averle ricavate dal gettito dell’Imu, crea incomprensibili sperequazioni anche tra città vicine e molto simili dal punto di vista sociale. È il caso di Como e di Varese, che stanno a due passi l’una dall’altra, ma godono di trattamenti molto diversi. Lì dove il contributo di solidarietà dei comaschi sarà di 11,5 nel 2015, quello di Varese è stato di 3,5 lo scorso anno e quello di Busto di 1,8 milioni. Non solo, Como risulta tra i settecento Comuni italiani che oltre alla quota fissa di Imu che serve ad alimentare il fondo e che tutti sono tenuti a versare (in realtà, viene trattenuta alla fonte dall’Agenzia delle entrate), quest’anno saranno chiamati a fare un sacrificio ulteriore.

Tutto ciò non ha senso e determina uno stato di sconforto negli amministratori locali ma soprattutto nei cittadini. Fa pensare anche il caso del Comune di Tremezzina dove come in pochi altri Comuni, i cittadini e le imprese anche quest’anno non pagheranno la Tasi. Una circostanza di cui, comprensibilmente, va orgoglioso il sindaco del piccolo Comune rivierasco, Mauro Guerra, che nei giorni scorsi ha annunciato la circostanza ai suoi cittadini attraverso Facebook. Tutto bene se non fosse che il buon governo degli amministratori locali sia stato “premiato” dallo Stato con un pesante aumento del contributo al fondo di solidarietà: ulteriori 255.000 euro in più rispetto al 1.022.000 euro già versato lo scorso anno.

C’è da chiedersi fino a quando sarà sostenibile un sistema che di solidale ha solo il nome e che sembra fatto apposta per spremere i cittadini e deprimere i comuni virtuosi.


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