Martedì 31 Agosto 2010

Ritrova il corpo del fratello
morto in guerra in Germania

COMO - Suo fratello si chiamava Natale Pedrazzoli, era nato a Laino nel novembre del 1924 e se la guerra non si fosse messa di mezzo, avrebbe continuato a lavorare alla falegnameria Pedretti, dove in quei primi anni Quaranta aveva imparato a fare il «legnamée». Settant'anni dopo il suo nome ricompare nell'elenco dei «dimenticati di Stato», la lunga lista di italiani deportati e uccisi tra Germania, Austria e Polonia durante la IIGuerra mondiale, che l'artigiano veronese Roberto Zamboni ha ritrovato quasi per caso, dopo essersi messo sulle tracce della tomba di uno zio. Il nome di Natale ha regalato più d'una emozione alla signora Margherita Pedrazzoli Locati, 88 anni, intelvese di origine ma trapiantata da una vita a Lurate Caccivio, dove abita tuttora. Perché quel ragazzo era, è suo fratello, lo stesso fratello che «fu chiamato sotto le armi nel 1942 senza avere neppure compiuto diciotto anni», in una stagione in cui nemmeno l'età garantiva immunità al dolore, all'odio, alla morte.
Natale Pedrazzoli è nell'elenco di Zamboni. Che annota: «Nato il 16 novembre del 1924 a Laino (Como), deceduto il 27 aprile del 1944, attualmente sepolto ad Amburgo (Germania), Cimitero italiano d'onore. Posizione tombale:riquadro 5, fila P, tomba 13». Margherita racconta, con la voce che un po' si incrina: «Spero, con l'aiuto dei miei figli, di riuscire a riportarlo a casa. Ho detto che dobbiamo fargli posto qui al cimitero, così quando mancherò anche io, allora saremo di nuovo tutti insieme... Mia madre sopravvisse a due dei suoi figli: quando morì disse che andava da loro e che sarebbe stata felice di rincontrarli ma io so anche che li avrebbe voluti vicini a sé... Oggi spero di poterla accontentare».
La storia di questo ragazzino partito per la guerra è tragicamente identica a quella di milioni di altri suoi coetanei di tutta Europa, ma ad ascoltarla - e a raccontarla - gli occhi si riempiono davvero di lacrime. Natale partì per la guerra nel 1942, inizialmente destinato a Bolzano. Fu sua sorella Margherita, di due anni maggiore, ad accompagnarlo fino a Como. Si salutarono, e fu l'ultima volta che si videro: «Ne perdemmo le tracce dopo l'8 settembre del 1943» ricorda la stessa Margherita, che con i genitori salì poco dopo in Alto Adige per cercare di riportarlo a casa: «In realtà, ci spiegarono che era troppo tardi. Lo avevano già spostato a Innsbruck, in Austria, e da allora non lo vedemmo mai più». Internato in un campo di prigionia in Germania, Natale scrisse a casa due volte, lettere che la sorella conserva ancora gelosamente:«Diceva che aveva fame, chiedeva che gli mandassimo da mangiare del pane secco, l'unico alimento che avrebbe sopportato il viaggio». Natale morì pochi mesi dopo, ad aprile, stroncato dalla fame, dalla fatica, probabilmente anche dalla nostalgia per sua madre, suo padre, per que suo bel lavoro da falegname e per la sua Val d'Intelvi. Scivolò via tra le braccia di un compagno di prigionia che dopo la guerra si presentò alla sorella e ai genitori per raccontare le ultime parole di quel loro ragazzo, pensieri intimi che è bene lasciare dove sono, nel cuore suo e di chi è rimasto. Resta la storia disumana usa e di questi «dimenticati di Stato», come li ha definiti lo stesso Zamboni, le cui sepolture attendono da settant'anni un riconoscimento, fosse anche il semplice sforzo, da parte delle istituzioni, di riportarle ai loro familiari, segnalando dove si trovano o agevolandone il rimpatrio. La Provincia ha pubblicato una prima parte dei loro nominativi, suddivisi per Comune di appartenenza. Nei prossimi giorni la pubblicazione sarà completata. L'elenco definitivo è comunque già disponibile sul sito internet del giornale.

s.ferrari

© riproduzione riservata