Mercoledì 08 Settembre 2010

'Ho cercato mio padre dal 43
Ora voglio che riposi sul Lario'

La fotografia ingiallita, scattata il giorno del matrimonio, insieme alle tante lettere che Carlo Franzoso Buzzi mandava alla sua sposa e ai suoi tre bimbi. È tutto quello che è rimasto di lui per far tornare alla memoria la storia di un uomo, partito che aveva trent'anni nel 1939, libero, per la Germania, da dove non ha fatto più ritorno. Il suo nome è segnato sul registro del cimitero italiano d'onore di Amburgo, sepolto alla posizione riquadro 4 fila G, tomba numero 1. I figli Giancarlo, Fernanda e Costantino, lo hanno appreso nei giorni scorsi, sfogliando «La Provincia». «È dal 1951 che prima la mia povera mamma e poi noi tre figli, lo stiamo cercando - racconta commossa Fernanda, la secondogenita -. Lo credevamo disperso o sepolto  in anonimato in qualche cimitero nei dintorni di Colonia dove aveva lavorato. Dopo quel telegramma  arrivato alla nonna nel settembre del 1943, a Gera Lario dove papà era nato, con il quale ci veniva comunicata la scomparsa, non abbiamo avuto più notizie. L'ultima sua lettera arrivò nel mese di agosto del '43, un mese prima della sua morte. Una morte improvvisa e misteriosa. Papà stava bene. La versione ufficiale fornita dalle autorità tedesche, fu quella dell'avvelenamento da funghi. Ma noi non ci abbiamo mai creduto. Papà voleva far ritorno a casa. Gli mancava la mamma, gli mancavano noi tre. Pochi giorni prima, aveva fatto pressioni sul delegato di Colonia. Aveva chiesto l'invio di referenze al nostro Podestà e al comandante della stazione dei carabinieri per la certificazione d'urgenza, un visto che potesse farlo rientrare in Patria. "Parti subito - scrisse  a mia  mamma nell'ultima lettera.- Non vedo l'ora di poter essere a casa. In questi giorni sono tutti in pensiero. Per quei pochi che siamo ancora rimasti le cose non sono troppo chiare"». Non poteva scrivere di più Carlo e alcune frasi sono state cancellate. Tutta la corrispondenza epistolare era sottoposta a censura. Per quei pochi rimasti il lavoro si trasformò in prigionia. Dei 150 italiani partiti per la licenza, ne rientrarono in quei giorni solo due e la residenza di Wesseling, dopo l'armistizio dell'8 settembre '43 tra l'Italia e gli Alleati, si trasformò in lager. «Mio padre era arrivato da Gera Lario qui a Casasco, chiamato da un suo cugino per aiutarlo nel panificio di famiglia. Conobbe la mamma e ben presto convolarono a nozze. Dopo la nascita di Costantino, il terzogenito, la paga da prestinaio non bastava più - racconta la signora Fernanda - e così nel '39 decise di emigrare in Germania al seguito di una ditta specializzata nella fabbricazione di munizioni. Non era la sua vocazione. Lo accompagnarono a piedi  fino ad Argegno, dove poi prese il battello, un mio zio, mio fratello di sei anni che ricorda ancora quella scarpinata, e mia mamma. Venne in licenza una sola volta nel 1941, per pochi giorni, portò alcuni regali tra cui un cagnolino di legno per il mio fratellino. Da allora non l'abbiamo più visto. Mia madre rimase vedova a 28 anni. Non si è più sposata. Abbiamo superato con fatica gli anni della guerra. Poi con tanti sacrifici grazie al negozio che mia mamma ha gestito fino agli anni '80, siamo riusciti a tirare avanti. Ma il babbo ci mancò tanto. La mamma per non farci soffrire, non ci parlò più della vicenda. Piangeva di nascosto leggendo e rileggendo le lettere di papà. Quei fogli sono ancora intrisi delle sue lacrime. Il nostro desiderio è quello che un giorno le sue spoglie possano tornare a casa e che papà trovi finalmente pace accanto alla mamma».
<+G_FIRMA>Francesco Aita

p.berra

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