Lunedì 21 Marzo 2011

Dal chiosco abusivo alle paratie
Gli errori che hanno ferito Como

COMO Un lago ferito non solo dal cemento, ma anche da scelte sbagliate in altri campi. Basta pensare al problema degli scarichi abusivi, alla scarso rispetto per il paesaggio, al disastro del cantiere per le paratie. È una storia costellata da errori quella ricostruita ieri, in un affollatissimo salone di Villa del Grumello, durante la tavola rotonda dedicata al rapporto tra la città e il lago, proposta dall'associazione culturale Chiave di Volta. Un rapporto in crisi, eppure imprescindibile, come hanno testimoniato i numerosi relatori, che hanno raccontato le loro esperienze di vita sul lago. Si è partiti dal punto di vista di un architetto, Alessandro Verga, che ha citato diversi esempi: «Sopra e di fianco a Villa Geno vedo edifici moderni non sempre di qualità. Mentre il chiosco di fronte alla stazione Como Lago, nato come abuso e poi condonato, ha stravolto un'intera zona e ha un impatto fortissimo, pur essendo un intervento di dimensioni limitate». Darko Pandakovic, docente di Architettura del paesaggio e ideatore dell'evento, ha subito colto la palla al balzo: «È mancata una pianificazione negli ultimi decenni e il caso del chiosco è emblematico. Da sempre, uscendo dalla stazione, si vedeva il lago. Ora si vedono i vetri fumè del bar…». C'è stato spazio anche per parlare di paratie: «Siamo gli unici al mondo - ha ricordato Pierangelo Sfardini, che sul tema ha presentato tempo fa un esposto in procura con lo stesso Pandakovic - ad aver previsto una diga rivolta verso valle. E per che cosa? Per proteggere pochi metri da ipotetiche esondazioni mai sufficientemente studiate. Non si è badato alla visuale, si è stravolto un progetto quando sarebbe bastato tirare una corda per simulare l'effetto delle barriere e del famoso muro. Senza dimenticare i problemi geologici: infiggere le palancole all'altezza del “Terminus” significa far alzare la falda fino a tre metri». Ha cambiato prospettiva Giancarlo Chiesa, docente di Fisica tecnica: «Oltre alla funzione ricreativa e turistica, il lago viene usato dalle industrie ed è fonte di approvvigionamento di acqua per uso potabile. Ma realizzare a Como un impianto che scarica di nuovo nel lago l'acqua trattata è stato un errore in partenza. Il primo bacino ha tempi di ricambio lentissimi e non può quindi accettare ulteriori scarichi, anche se “ripuliti”. Questa situazione ha causato la non balneabilità del primo bacino. Un fiume ha una capacità di auto-depurazione molto superiore e sarebbe stato meglio». «Paghiamo errori e sottovalutazioni del passato - ha condiviso Pietro Gilardoni, esperto di ingegneria idraulica - Ci sono scarichi privati che finiscono nel lago e, soprattutto, lo fanno ancora interi paesi rivieraschi. Ho seguito il progetto che ha portato alla posa di tubi sotto il lago per raccogliere gli scarichi di Blevio e Torno e portarli fino all'impianto di Comodepur. I lavori sono in via di ultimazione e si vede solo una specie di cilindro che spunta dal lago, ma potrà essere mascherato e l'impatto sarà relativo». Non tutto è perduto, insomma, e la tecnologia può aiutare. Con Anna Raschillà, guida turistica, si è voltato ancora pagina: «Nessun itinerario può prescindere dalle rive del lago e i visitatori restano incantati. Ma dobbiamo evitare tutta la zona della passeggiata a causa della palizzata del cantiere, per non parlare di quando i liquami escono dai tombini di piazza Cavour…». Poi è stata la volta del lago descritto da un subacqueo (inospitale, freddo e buio ma ricco di fascino), di quello visto da un idrovolante dell'Aeroclub o da un comune cittadino a passeggio. Riflettori anche su quadri e stampe del passato e sui progetti per piazza Cavour che si sono succeduti da inizio ‘800 fino al concorso di idee dell'anno scorso. Il tutto, per usare le parole di Pandakovic, partendo dalla convinzione che «bisogna conoscere, essere consapevoli, partecipare e confrontarsi». «Altrimenti - ha detto - si lascia spazio all'improvvisazione dei politici e rischiamo che i progetti ci vengano imposti. Ancora oggi subiamo le conseguenze di un errore fatto nel 1336, quando venne costruito il ponte Azzone Visconti, a Lecco».
Michele Sada

a.savini

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