Giovedì 28 Aprile 2011

L'omaggio di Como a Wojtyla
E quella visita indimenticabile

COMO - Ritratto del Papa in tutta la sua umanità: in occasione della beatificazione di Giovanni Paolo II, nella chiesa di San Giacomo, da domani a domenica sarà esposta l'opera pittorica dell'artista comasco Simone Gilardi, 28 anni. Un'unica opera, che interpreta la precarietà dell'essere umano e nello stesso tempo la scintilla vitale che lo anima: integra la mostra già in corso, il «Compianto sul Cristo morto» proveniente dalla chiesa di San Bartolomeo di Caspano di Civo, in Valtellina.
E' una delle iniziative di questi giorni in cui Como e i comaschi riavvolgono il filo dei ricordi: esattamente quindici anni fa, la città si preparava alla storica visita di Giovanni Paolo II, il quattro e il cinque maggio, un sabato ed una domenica, 24 ore al altissima intensità. A ricevere il Papa, atterrato allo stadio, insieme ad altre autorità, Alberto Botta, allora sindaco di Como. Com'era Giovanni Paolo II visto da vicino? «Ricordo ancora la forza incredibile che riusciva a trasmettere, insieme al senso di pace e di sicurezza - afferma Botta - ma c'è un episodio particolare: ero accanto a Sua Santità sul palco, in piazza Cavour, una piazza piena di gente. Ci siamo scambiati due parole, per un attimo, stava per cominciare la cerimonia ufficiale e, a sorpresa, Giovanni Paolo II mi chiese: dov'è sua moglie? La faccia salire sul palco».
Tuttora, Botta trattiene a stento la commozione: «Mia moglie era tra la folla - racconta - Scesi a cercarla, l'accompagnai davanti al Papa. Non ha rotto il cerimoniale, ma ha mostrato una sensibilità umana che mai più mi uscirà dal cuore. In quel momento, Giovanni Paolo II non era solo la massima autorità religiosa, era un capo di Stato. Eppure...». Eppure, Botta ha incontrato tante autorità mondiali, perfino il segretario delle Nazioni Unite: «Ci siamo stretti la mano, ci siamo presentati, ma con Giovanni Paolo II  - conclude - è stata un'emozione travolgente, perché sapeva stabilire un rapporto con il singolo e con la moltitudine. Era un Pastore».
Ad accompagnare il Papa, in quei due giorni straordinari, monsignor Carlo Calori, ora parroco di San Fedele, quindici anni fa, direttore del Settimanale e vicario episcopale per la Pastorale. «Mille ricordi del Papa da vicino - dice - ma non dimenticherò mai come e quanto pregasse. Alle cinque della domenica mattina, pregò per un'ora nella cappella dell'Episcopio e quando entrò in Duomo, restò dieci minuti - un quarto d'ora in preghiera davanti all'altare. Un profilo da mistico. In un altro momento, in Episcopio, dovetti quasi scuoterlo. Era alla finestra, guardava verso Brunate, la montagna illuminata dal sole, bellissima. Restò a lungo a contemplarla. Santità, è pronto in tavola, fui costretto a ripetergli più di una volta». Ma il rapporto che più toccò monsignor Calori fu quello del Papa con i giovani: «Stava bene con loro e i giovani sentivano questo bene - riflette - allo stadio, gli altoparlanti diffondevano musica e canzoni giovanili. Tutti cercavano di allontanarsi da quegli altoparlanti. Giovanni Paolo II, no. Si fermò proprio lì». Anche per Bruno Gentili, presidente Ucid e componente del Comitato organizzatore della visita del Papa, è tuttora «un insieme di ricordi - sostiene - come quando si affacciò al balcone dell'Episcopio, rientrato al termine del Rosario: c'eravamo radunati sotto per acclamarlo, ma ci disse che la notte è fatta per dormire e ci rivolse la buonanotte». Anche il Papa deve dormire: il primo appuntamento della domenica fu l'incontro in Duomo con il mondo del lavoro, comasco e valtellinese. Bruno Gentili portò il saluto: «Alla fine, mi fece un cenno, mi chiamò, mi avvicinai e mi abbracciò - ricorda - non me l'aspettavo. E prima di lasciare l'Episcopio per la grande Messa a Lazzago, salutò tutti noi del Comitato, uno per uno. Un'umanità sconfinata».
Maria Castelli

p.berra

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