Lunedì 16 Aprile 2012

Arrighi a processo
In appello: «Ero pazzo»

COMO Alberto Arrighi ritorna questa mattina davanti a un tribunale. Sarà, alle 9 in punto, di fronte ai giudici popolari e togati della corte d'Appello di Milano, due anni e due mesi dopo la morte di Giacomo Brambilla, l'imprenditore che avrebbe voluto diventare suo socio ma che finì massacrato nel retrobottega dell'armeria di via Garibaldi.
Arrighi si gioca tutto. In primo grado, a Como, era stato condannato a trent'anni di detenzione, una pena durissima, di fatto equivalente a un ergastolo, a voler tenere conto della riduzione d'un terzo di pena che il tribunale aveva dovuto concedergli in conseguenza della scelta di accedere al rito abbreviato.
Oggi, assistito dagli avvocati Ivan Colciago e Francesca Binaghi, Arrighi tenterà di ridimensionare il conto. Come?Battendo gli stessi sentieri già percorsi, sia pure senza successo, proprio in primo grado. Due i punti sui quali la difesa tenterà di fare leva. Il primo:al momento del delitto, Alberto era incapace di intendere, vittima di una sorta di blackout più o meno transitorio, come ebbe a scrivere il criminologo Adolfo Francia in una consulenza tecnica redatta per conto della difesa, ragione per la quale anche la corte d'Appello milanese dovrebbe disporre un accertamento sullo stato di salute mentale dell'imputato, prima di pronunciare la sua sentenza.
Il secondo: non è vero che il delitto fu premeditato, come sostenne la Procura, con successo, al processo di Como.

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a.savini

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