Quelle urla strazianti e disperate
Carate, i testimoni raccontano

Viaggio sui luoghi dell'uccisione di Antonio Dubini alla caccia di chi ha visto o sentito qualcosa. Ma le indagini battono il passo, al quinto giorno di attività, non c'è ancora nessuna traccia dell'assassino, fuggito in sella a uno scooter

Carate Urio - Il maresciallo Martino Reale imbocca la bretellina che dalla Regina nuova scende quasi a precipizio verso il paese. Di fronte gli sta il lago, immobile come un blocco di gelatina verdognola cotta al sole di questa estate che non si arrende. L’auto scivola silenziosa verso Carate accarezzando i tornanti, rallenta di fronte al bar dove un cameraman si aggira tra i tavolini, poi riprende la strada per Cernobbio. Sono luoghi che il maresciallo conosce a memoria:l’hotel Fioroni, il molo con i pescatori a dorso nudo, le terrazze, le ville coperte d’edera, la spiaggetta di ghiaia accanto alla chiesa, gli oleandri, l’Imperialino. Da cinque giorni lui e i sui uomini danno la caccia a un fantasma, allo spettro di un assassino sgusciato via nel nulla in questo intrico di strade, vicoli, scalinate, spazi perfetti per iniziare il viaggio attraverso i luoghi - veri o presunti - dell’omicidio di Antonio Dubini.

Il primo a raccontare, fissando l’auto del maresciallo che se ne va verso Como, è il signor Antonio Nappa, un omino di Tavernola che addestra nientemeno che piccioni viaggiatori in una piccola rimessa di cemento appena dopo la strettoia di Villa d’Este, costruita a ridosso del tunnel di servizio Anas della galleria di Cernobbio. Sarebbe anche un buon posto per nascondersi, parcheggiare la moto, liberarsi di abiti intrisi di sangue, gettare un coltello, «ma qui - dice lui - ci siamo sempre io, i miei colombi e quelli dell’Anas che vengono a guardare il tunnel quasi tutti i giorni, sabato compreso». Nappa indica la scaletta che scende al Pizzo, cinquanta metri più avanti in direzione di Moltrasio, un posto che nel dopoguerra di morti dovrebbe averne visti a bizzeffe ma da cui non passa più nessuno da un pezzo, almeno da quando hanno chiuso il cancello pedonale che va al lago.
Da qui a Carate, e al cancello del residence di Dubini, i posti per nascondersi sono pochi. La Regina nuova risale fino all’incrocio sopra il campo sportivo di Moltrasio, custodito da un Photored che non ha visto nulla. Di qui i carabinieri non sono passati, anche se siamo a pochi metri dal luogo del delitto.

Arrivando da Como si sale a sinistra - pochi metri dopo la farmacia Sottocorona, l’unico esercizio della zona con vetrina vista strada ma da cui nessuno si è accorto di strane motociclette in fuga - e, dopo due tornanti strettissimi, si arriva alla frazione di Tosnacco, che negli ultimi anni è molto cambiata. Oggi la piazzetta è addirittura isola pedonale, preclusa alle auto. Ci sono cassonetti ovunque, e un gran caldo che a mezzogiorno la rende deserta. Al vecchio alimentari, che ad agosto è rimasto aperto solo al mattino con l’eccezione del sabato, dicono che qui di scooter neri come quello sul quale è fuggito l’assassino, non se n’è visto mai mezzo e che se fosse capitato, qualcuno lo ricorderebbe senz’altro. Dalla piazzetta sale una scalinata che porta in Linera, lungo un percorso tappezzato dei piccoli poster turistici della Pro Moltrasio. In venti minuti di cammino si percorre il sentiero che scivola più in quota parallelo alla Regina facendosi largo tra gli orti e le balze coltivate. La strada arriva più o meno sul luogo del delitto, accanto al santuario di Santa Marta, dove ci sono il cimitero di Carate, l’Albatros - un pub frequentatissimo nella bella stagione - e dove la morte si intona con l’incanto del lago.

Vista dall’alto, in mezzo alle tombe più antiche dei caratesi, la Regina è un cordone investito di luce zeppo di piazzole, di cassonetti per la raccolta dei rifiuti (tutti scandagliati dai carabinieri alla ricerca di indizi) e, soprattutto, di moto. In un minuto, attorno alle 13 di un giorno feriale, ne passano undici, e la signora Laura Braga, che traffica dietro il bancone del pub, assicura che alle quattro del sabato due occhi non bastano a contarle: «Come può pretendere che qualcuno abbia fatto caso a uno scooter nero?». Le fa eco il signor Emilio, canotta padana e cappelletto in testa, vicino di casa dei Dubini, il secondo ad arrivare sabato sul luogo del delitto, inseguendo urla e invocazioni di aiuto. «Ci sono più moto che macchine», assicura l’Emilio, che indica anche le telecamere posizionate sulla parete del santuario e, più sopra, su quelle del cimitero. «Sono le telecamere del consorzio Breggia Lario ma non c’entrano con la strada. Le avevano installate cinque anni fa, dopo che una notte qualcuno era penetrato al cimitero e aveva tirato ossa dappertutto. Pensi che registravano tutto».

L’assassino l’hanno cercato anche qui, in mezzo alle lapidi delle puerpere caratesi morte di parto quando ancora si moriva di parto o a quelle dei giovanotti caduti a Massaua cent’anni fa, o annegati nel lago andando a pescar di notte. Le telecamere non funzionavano, ed è un peccato - dice il signor Emilio - perché non si può escludere che, mentre tutti correvano dal signor Dubini, il killer si sia infilato qui in via Santa Marta vecchia, magari per fuggire proprio lungo il sentiero che riporta a Tosnacco: «Chi lo dice che non può esserci passato davvero - insiste la proprietaria del pub - Risali il sentiero un po’ velocemente, ti liberi del coltello buttandolo in qualche anfratto, raggiungi la frazione di Cavadino dove c’è il cimitero di Urio e non ti trova più nessuno...».

Di certo c’è che sabato al santuario di gente ce n’era eccome, tanto che tutti, sentendo le urla dell’imprenditore che cercava di sottrarsi alla morte, hanno pensato ad altro, ai soliti motociclisti che si contendono un posteggio nella piazzola sotto al santuario o agli scalatori che si allenano sulla parete di roccia sopra il cimitero: «Urlano sempre - racconta ancora la signora Laura - si chiamano, gridano... D’altra parte anche quelle del Dubini, all’inizio, sembravano grida normali, di uno che discute un po’ ad alta voce,...». E invece: «E invece, dopo un po’ ho capito... Erano urla di qualcuno che provava dolore, di uno che aveva male». Non è l’unica, la signora del pub, ad averle udite. Altri raccontano di aver pensato a una lite tra automobilisti, e quando hanno visto arrivare l’ambulanza, dopo che l’assassino era già fuggito da un pezzo, si sono convinti del "solito" incidente stradale.

Uno che invece aveva capito perfettamente è ancora l’Emilio, che quando ha sentito Dubini urlare più forte, è corso là, verso il cancello del residence: «È vero: all’inizio erano soltanto grida, poi però ho sentito una voce che invocava distintamente aiuto. Quando sono arrivato il signor Antonio era steso in terra, con i piedi verso la strada. Sono arrivato appena dopo il suo vicino, ma mi creda: non c’era già più niente da fare. Muoveva appena la testa, ma aveva gli occhi già chiusi». Il medico del 118 ha tentato di rianimarlo, praticandogli un massaggio cardiaco prima di caricarlo sull’ambulanza che a sirene spiegate l’avrebbe portato a morire al Sant’Anna.
All’ombra dei platani attorno al santuario, sotto a pini carichi di cicale che spingono come una big band, le parole rallentano un po’: «Prima che lo portassero via è scesa anche sua moglie. Credo che all’inizio non sia neppure riuscita a capire, o che non abbia voluto capire».

La signora Rosalia si è avvicinata al marito, lo ha guardato e gli ha rivolto una sola domanda: «Papi, cosa fai?». Poi qualcuno l’ha presa sottobraccio e mentre il marito se ne andava per sempre l’ha trascinata via lungo la salita, verso casa.I testimoni, quelli che hanno visto l’assassino, in realtà sono due. Non un motociclista soltanto ma una coppia, marito e moglie, che quando si sono accorti di quell’uomo che scavalcava il cancello, erano appena venuti via proprio dal santuario, cinquanta metri prima del cancello. Dello scooter nero hanno raccolto pochissimo perché, anziché fermarsi subito, sono stati costretti a proseguire fino allo svincolo della bretellina a picco sul lago, dove hanno effettuato l’inversione che gli ha consentito di tornare verso il cancello. Entrambi hanno riferito che la targa era piccolina, forse quanto quella di un cinquantino, e che per questo non sono riusciti a leggerla.

Cinque giorni più tardi, il sangue di Dubini annerisce ancora l’asfalto da una parte e dall’altra del cancello. Di lui e dei suoi misteri veri o presunti, della sua vita vissuta sempre a cavallo del lago, prima a Torno e poi in queste casette aggrappate al Bisbino, si è detto di tutto senza arrivare a nulla. «Lo conoscevo bene - dice ancora il suo vicino andandosene via - La casa gliel’ho praticamente costruita tutta io. Quando l’ha acquistata c’erano giusto le pareti. Abbiamo lavorato insieme, perché a lui l’edilizia piaceva, ne capiva. Gli piacevano i materiali nuovi, i rivestimenti termici... Chi l’ha ucciso? Chissà... Di sicuro, di questa storia, parleremo ancora a lungo».

Stefano Ferrari
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