Venerdì 06 Novembre 2009

Bloccati dal Giro di Lombardia
L'alibi tiene: assolti entrambi

COMO Rimangono sconosciuti gli autori del borseggio di tre settimane fa nel parcheggio del supermercato del Dadone ai danni di una pensionata comasca di 62 anni: le indagini della polizia, tre udienze in tribunale, il supplemento di accertamenti non hanno addossato responsabilità a due giostrai di Monza, Gina Dori, 59 anni e suo figlio, Michele Huier, 42 anni, madre e figlio, arrestati come indiziati del reato poche ore dopo il furto con destrezza subito dalla pensionata. Appena salita in auto, con la spesa, era stata distratta con uno stratagemma e poco dopo s’è accorta che la borsa sul sedile a fianco non c’era più. Conteneva mille euro, i documenti e l’oggetto più sacro: il cellulare con le foto e gli ultimi sms del marito perduto quasi tre anni fa. Era mezzogiorno. Quattro ore dopo, il Suv dei presunti ladri era stato intercettato e bloccato dalla polizia, impantanato nel traffico del Giro di Lombardia. A bordo, anche l’uomo e la donna che la derubata ha riconosciuto come le due persone che si trovavano al Dadone. Ma in tribunale, non s’è formata la prova, bensì al giudice Alessandro Bianchi sono stati portati scontrini di acquisti e filmati che dimostravano come quel sabato, a quell’ora, Michele Huier era ad acquistare una lavatrice a Cinisello Balsamo e la madre era a casa a curare il nipotino di due mesi, allattato al seno ieri, in aula, dalla giovane nuora. Gina Dori è stata condannata a nove mesi di arresto per il possesso di una chiave pass partout, appesa al collo, sequestrata come arnese da scasso: «È la chiave della mia cassaforte di casa - ha protestato lei - io ho precedenti, ma stavolta mi sono fatta due notti e un giorno in carcere da innocente, polsi lividi per le manette». E lui, cornetto portafortuna rosso alla cintola e calamita: «Adesso chiediamo i danni morali». Morali, proprio morali? «Ho precedenti, l’ho già detto - ha affermato - ma non farei mai del male ad una persona anziana». Il difensore, Livia Zanetti, ricorrerà contro la sentenza di condanna: i suoi assistiti non accettano neppure il “foglio di via”, la diffida del questore a mettere piede a Como nei prossimi tre anni. Ma è soprattutto la vittima a non accettare la sentenza, la definisce da “giustizia ingiusta”, perché garantisce l’impunità e non tutela le vittime: «Se non sono loro - chiede sgomenta - loro che ho riconosciuto perfettamente, chi è stato?»,  mentre la figlia sfoga tutta l’amarezza e la tensione: «Andiamo a rubare anche noi. Abbiamo imparato come si fa a far del male e a sparire». Il telefonino rubato: l’hanno fatto squillare e squillava, è stato riacceso. Possibile, chiedono, che non si riesca a rintracciarlo, con tutte le tecniche che ci sono? A madre e figlio sarà restituito tutto, tranne la chiave. «A noi - conclude la vittima - Nessuna restituzione. Non mi rimangono che le preghiere».
Maria Castelli

a.cavalcanti

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