Il governo, il comma 22

i cavoli e la capra

In un capolavoro di Dino Risi che racconta a suo modo la marcia su Roma, c’è il bracciante Ugo Tognazzi, aggregato da uno sfaccendato Vittorio Gassman al drappello in camicia nera che, via via che si avvicina Orte (“o Roma o Orte?”) cancella in maniera pignola su un foglio tutti i punti del programma fascista non più attuabili. Sembra un po’ ciò che sta accadendo in questi giorni di fervente attesa di un nuovo governo che al momento appare una nebulosa dai contorni indefiniti. L’unica cosa chiara è che gran parte delle promesse con cui i partiti hanno infestato tutta la campagna elettorale resteranno tali, con buona pace dei tanti cittadini in attesa messianica dell’abolizione della legge Fornero, della flat tax e del reddito di cittadinanza. Da tempo, del resto, la nostra politica non è più tenuta a risolvere i problemi ma a crearne di altre in modo che ci sia bisogno di politici che promettano di risolverli, come dimostrano la legge elettorale e i suoi effetti con cui sta facendo i conti il povero Mattarella. Siamo un’Italia da Comma 22 (“chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di guerra, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di guerra non è pazzo”) e anche per questo, forse per fortuna, non bastano le intenzioni dei politici per formare un governo. Di mezzo infatti c’è anche l’Europa, il macigno del nostro debito pubblico, gli interessi di vari poteri che hanno sempre, in maniera gattopardesca, indirizzato le scelte.

Questo palcoscenico in cui si muovono sempre meno sicuri nei loro passi Luigi Di Maio e Matteo Salvini rende quasi impossibile la messa in scena di un esecutivo con 5Stelle e Lega. Perché, con ogni probabilità, scatterebbero immediate rappresaglie finanziare ma soprattutto perché, in questo momento il numero uno del Carroccio non è nelle condizioni di scaricare la pur esangue Forza Italia di Berlusconi. Una manovra che richiede astuzie e tempi lunghi. Un eventuale sostegno dell’ex Cavaliere che, al di là di tutto, tiene sempre un piede ben saldo nel Ppe potrebbe rassicurare gli occhiuti partner continentali. Ma sarebbe un prezzo troppo alto da pagare per i pentastellati che continuano a sparare a palle incrociate contro l’ex leader del centrodestra che al limite potrebbero accettare solo nel retrobottega dell’appoggio esterno. Ecco perché Mattarella, che viaggia con la spia della pazienza in riserva accesa, ha chiesto a Maria Alberta Casellati, presidente del Senato di centrodestra di andare a sentire com’è il pane del forno di centrodestra. Gli sarà riferito che, quantomeno, è poco lievitato, anche se alla fine, forse si tratta di aspettare che l’ingrediente del programma possa fare il suo lavoro. Altrimenti, con ogni probabilità, toccherebbe (o sarebbe toccato?) al numero uno di Montecitorio, Roberto Fico, indossare la sahariana dell’esploratore assaggiatore nell’altro forno, quello che appare spento del Pd, anche perché non sembra esserci più il fornaio. Oltretutto pare che l’ex presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai non veda l’ora di servirsi in quella bottega un tempo maestosa e oscura e ora spoglia e freddina. Ma fino a un certo punto, perché qualche segnale di disgelo è sembrato fare capolino dal Nazareno trasformato in una sorta di bunker per proteggere i silenzi assordanti di Matteo Renzi. Alla fine, come nella migliore tradizione della casa, il Pd rischia di rimanere ancora una volta in mezzo al guado per poi sedersi sulla sponda dell’opposizione non per propria volontà. Oppure di ritrovarsi nella posizione migliore che si possa immaginare quella di un Di Maio che bussa alla porta con il capello in mano, scongiurando i dem di aiutarlo a mettere insieme un governo e a non perdere del tutto la faccia.

La confusione, insomma, regna sovrana. La Terza Repubblica sembra una caricatura grottesca della Prima con gli esploratori, i pre incarichi, le consultazioni con i corazzieri impalati davanti alla porta del capo dello Stato. Va a finire che per fare questo governo occorre ispirarsi alla storiella dalla capra, del lupo e dei cavoli. Bisognerebbe far coesistere gli interessi del lupo Salvini con i cavoli di Di Maio . E la capra? Ce la mette Berlusconi che negli ultimi tempi, si è scoperto animalista.

Per tutto il resto c’è il Pd.

f.angelini@laprovincia.it

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