Il sogno infranto
del Como ai comaschi

Tre fallimenti in 13 anni, due presidenti e un vice (Enrico Preziosi, Pietro Porro e Flavio Foti) agli arresti domiciliari, due ripartenze forzate dalla casella del calcio dilettantistico. Questa il pillole la storia recente del calcio Como, nelle sue varie denominazioni determinate proprio da queste vicende. Una faccenda triste che ci si augura abbia conosciuto ieri, con i clamorosi sviluppi dell’inchiesta sul penultimo crac societario (il più recente è stato quello dell’effimera e grottesca vicenda di lady Essien) il suo epilogo.

Per carità, la storia del pallone in riva al lago non è diversa da quelle delle altre realtà sportive al di fuori delle metropoli con qualche lodevole e rara eccezione. In Lombardia, nei capoluoghi di provincia con l’eccezione di Milano (che ha comunque conosciuto le vicissitudini del Milan pre Berlusconi) e di Bergamo grazie all’Atalanta tutte le squadre sono passate almeno una volta in tribunale con i libri sottobraccio. L’amarezza del caso comasco ha un retrogusto che arriva da lontano.

Un tempo, infatti, ciò che oggi è la società di Percassi eravamo noi. Il Como di Alfredo Tragni, Benito Gattei e Mario Beretta, con il papà di Pietro Porro consigliere e vice presidente, che grazie ai frutti del vivaio riusciva a costruire squadre che arrivavano in serie A e a volte facevano anche la parte delle sorprese. Altri tempi, potrà dire qualcuno. Eppure oggi l’Atalanta non è poi così diversa dagli azzurri degli anni ’80. E non è stato certo casuale il passaggio al di là dell’Adda di un certo Mino Favini, inarrivabile scopritore e “allevatore” di giovani talenti. Il bello e il brutto di questa storia è che l’arrivo della gestione Porro, dei comaschi tanto invocati che tornavano a riprendersi la loro squadra sembrava la premessa per il ritorno di quell’età dell’oro, oltretutto con Favini che aveva ripercorso il cammino da Zingonia a Orsenigo. Già Orsenigo, l’emblema di tutto, dei talenti fioriti e del centro sportivo sfiorito che ha contribuito in maniera determinante ad accendere la miccia del fallimento e degli arresti di ieri. L’immagine del centro sportivo abbandonato a se stesso in attesa di una nuova vita che non sarà probabilmente colorata d’azzurro è quella più emblematica. Una brutta fotografia tra le tante ormai ingiallite o seppiate che avevano fatto del Como uno degli ambasciatori della tanta bellezza che ci circonda.

Chissà chissà domani, come cantava Lucio Dalla. Ma la rappresentazione dell’oggi è la serie D e l’ombra del penultimo fallimento che continua ad allungarsi.

Per l’immagine generale di Como non è davvero un bel momento. Il 2018 è cominciato come si era concluso il 2017, segnato prima dalla vicenda dei naziskin, poi dai volontari a cui i vigili hanno impedito di portare la colazione ai senzatetto, a causa di un’interpretazione fin troppo zelante dell’ordinanza sul decoro firmato dal sindaco Landriscina. Due fatti che hanno proiettato una rappresentazione della città sulla ribalta nazionale che non è certo quella reale. Ora arrivo l’arresto dell’ex presidente del Como che è anche uno dei più importanti e quotati imprenditori locali. E chissà che altre idee si faranno di noi. Tutte cose che c’entrano in maniera relativa tra loro, ma contribuiscono in maniera inevitabile a creare una cattiva fama. Impegniamoci tutti a costruire un’immagine migliore. E ridateci il lago di Clooney.

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