LA GUERRA
IN TIVU’
E LE PAROLE
A VANVERA

LA GUERRA IN TIVU’ E LE PAROLE A VANVERA

L’invasione russa dell’Ucraina dura ormai da più di due mesi. Il rischio di abituarci al livello quasi inaudito di brutalità contro i civili che essa comporta è sempre più forte. Questa brutalità sta tuttavia ottenendo un risultato che Vladimir Putin non aveva previsto: una reazione sorprendentemente coesa del campo occidentale, che non si limita a un aiuto umanitario ai milioni di profughi di un popolo aggredito senza giustificazioni, ma si concretizza in provvedimenti economici (le famose sanzioni) molto duri contro la Russia e contro il cerchio dei complici di Putin in particolare, e soprattutto in un forte – ancorché indiretto - sostegno militare.

Non tutti, in Italia e nel resto d’Europa, apprezzano. Così come lo spettacolo quotidiano del dolore può anestetizzarci la mente, anche le sirene di quanti lavorano per farci sentire in colpa per una giusta scelta di campo producono, purtroppo, i loro effetti. Nel nostro Paese gli odiatori dei valori occidentali sono sempre stati numerosi e vociferanti, ma oggi hanno a loro disposizione un’occasione imperdibile: quella di far passare per guerrafondai coloro che aiutano gli aggrediti a difendersi. Questi personaggi li possiamo vedere e ascoltare tutte le sere nei talk show televisivi, non c’è bisogno di ricordare i loro nomi.

Ce n’è di sinistra come di destra, hanno in comune l’odio per gli americani, una simpatia indecorosa per il macellaio Putin e un’evidente incapacità di staccarsi dai loro pregiudizi giovanili, ai quali rimangono affezionatissimi. Così i nostalgici della falce e martello vedono nella Russia putiniana l’erede di quell’URSS che minacciava gli odiati Stati Uniti, mentre i neofascisti riconoscono in Putin il nuovo Mussolini. Poi ci sarebbero i grillini, che fanno caso a sé: hanno assorbito per decenni tutti i pregiudizi antioccidentali dalla nostra povera scuola pubblica, e come i rossobruni blaterano di pace, ma senza saper bene perché (come tutto il resto che dicono e fanno, d’altra parte).

Siamo arrivati a un punto in cui bisogna domandarsi dove passi la linea di confine tra la legittima opposizione alla guerra e la complicità – per ora morale, domani chissà – con la Russia intesa come potenza militare ostile. Perché recitare slogan come “fermate subito la guerra” (il preferito a sinistra) e “meglio vivi sotto una dittatura che morti sotto le bombe” (che piace di più a destra) è facile da quaggiù, poi però bisogna vedere nel concreto cosa implichi. L’altra sera un noto ex tribuno della televisione pubblica urlava (non diceva: urlava) che il problema è Biden, che è lui che si deve fermare. L’attempato maitre à penser sbuffava anche infastidito mentre una giovane ucraina spiegava ai telespettatori che un popolo intero (il suo) ha scelto liberamente di stare con l’Occidente e non con la Russia anche perché quelli sono dei pezzenti “che appena esci dalle grandi città vivono come nell’Ottocento con i gabinetti all’aperto e le strade fangose piene di buche”.

Punto primo, il problema è Putin e non Biden. Ma se, come grida l’ex tribuno, è nostro dovere impegnarci per la pace ad ogni costo, allora bisogna sapere che questo avrà implicazioni concretissime anche per noi. Perché non è vero che basta dare a Putin ciò che pretende per esser lasciati in pace.

Lo “zar”, dopo aver annesso alla Russia l’Ucraina, continuerà la sua opera di ricostruzione del defunto impero sovietico. E quando minaccerà i nostri alleati Nato dell’Est, anche lì dovremmo accettare l’invasione russa di Polonia, Romania, Repubbliche baltiche eccetera “per non fare la guerra di Biden, che non è il nostro interesse”: così i carri armati russi ce li troveremmo direttamente sulla porta di casa (purtroppo graditissimi da molti). Questa però non è più opposizione alla guerra, ma scelta di campo in tempo di guerra.

Punto secondo. Parlare di gabinetti non è bassa politica, è alta semmai. Disporre di case decenti in una società libera discende dalla buona politica di chi ti governa: l’Ucraina, pur con molti limiti, lo rende possibile, Putin no. Perché spende i rubli dei suoi cittadini (oltre ai proventi del gas che ci vende) in missili che usa per giocare al Grande Dittatore, o in generose distribuzioni ai suoi complici del KGB (e ai giornalisti e ai politici suoi servi) per farsi le mega ville e i mega yacht qui da noi. Putin vuol cancellare la libera Ucraina non perché rappresenti un’inesistente minaccia militare, ma perché è un modello di successo. Perché non intende concedere ai russi la libertà di scegliere tra il suo sistema e il loro. Anche qui, gli anti occidentali di sinistra e di destra dovrebbero a questo punto dire apertamente da che parte stanno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

{# #}