L’eterno inganno  della gente al potere

L’eterno inganno

della gente al potere

Mentre i nostri statisti piroettano al Quirinale regalando ai posteri pillole di saggezza, sobrietà e cultura istituzionale - “Basta! La gente non ne può più!”, tuona il Churchill di centrodestra; “Basta! La gente è stufa!”, riecheggia il Roosevelt di centrosinistra; “Basta! La gente non arriva alla fine del mese!”, ulula il Pericle movimentista - dall’orizzonte politico della nostra repubblica dei datteri svetta un nuovo protagonista assoluto. La massa.

È una scuola di pensiero che va per la maggiore. Sulla quale sarebbe facile ironizzare, ma che invece deve essere presa sul serio. Se si identifica con la gente il centro vitale della nostra società e se si ritiene che lì, proprio lì dentro, nel numero infinito, indefinito e informe delle persone qualunque risieda tutta la saggezza, l’intelligenza, la comprensione profonda dei veri bisogni, delle vere priorità, delle vere dinamiche del mondo, insomma, se tutto il buono e il giusto e il sostanziale è lì dentro, allora è altrettanto giusto che al politico non resti altro che far emergere quell’urgenza esistenziale. Anzi, non debba che uniformarsi completamente a quel flusso vitale, assecondandolo, facendolo diventare parte di sé, annullandosi, addirittura, dentro quell’onda lunga, quella lunga durata che è destinata a travolgere qualsiasi filtro, qualsiasi intermediazione, qualsiasi controllo o governo dei fenomeni. Perché quello non può che diventare prevaricazione, istituzionalizzazione, burocrazia, palude che ottunde i veri bisogni del popolo, li offusca, li normalizza, li tritura, ne fa strumento di potere per i soliti noti, gli amici degli amici, i privilegiati. Insomma, la casta dei privilegiati separata dal mondo reale.

E se è così, allora è del tutto logico quello che ne consegue. Se la via, la verità e la vita già esistono dentro il brodo primordiale del popolo, tanto puro e vergine quanto umiliato e offeso, allora non bisogna far altro che cogliere quel frutto dall’albero della sapienza, che abolisce studio, professione, merito, competenza, direzione, rappresentanza e, soprattutto, individuo. È l’individuo la vera vittima, il vero obiettivo, il vero nemico di questa filosofia di vita, di questa deriva disarticolante di ogni componente delegata e mediatrice. Ed è un obiettivo che non nasce da ieri e tanto meno dalle elezioni del 4 marzo, i cui effetti grotteschi sulla composizione del nuovo governo sono vanziniana conseguenza, ma da un lungo percorso storico che sgorga dalle melme più profonde del Sessantotto per intessere tutte le stagioni della nostra storia recente, fino a deflagrare con il crollo delle ideologie e dei partiti storici. E nel quale il sistema dei media - figlio di un perverso rapporto con il sistema del potere - ha recitato un ruolo centrale, mettendo in scena almeno un ventennio di propaganda ad alzo zero che ha fatto del qualunquismo, del gentismo, del girotondismo, del santorismo, del pancismo, del ventremollismo, del manettarismo uno stile di vita, un mantra filosofico, un modello antropologico. Che si basa sul motore immobile, sull’a priori assoluto, sul verbo immanente secondo il quale tutto ciò che è popolo è bene e tutto ciò che è delega è male. Un po’ una rivisitazione in sedicesimo - e in chiave farsesca, naturalmente - di Rousseau (quello vero): l’uomo nasce buono, è la società che lo rende malvagio.

Bello, vero? Ma non è così. Il più grave degli errori è pensare che la natura degli uomini sia strutturalmente pura e saggia e proba e integra e, quindi, priva di peccato originale e che, soprattutto quando è in gruppo, in massa, esprima in maniera adamantina e condivisa le esigenze collettive. Beh, ci sono tremila anni di storia a narrarci l’esatto contrario. Ci sono dozzine di testi fondamentali della letteratura costruiti sulla confutazione radicale di questa visione dell’uomo. Le religioni - la nostra religione - vivono sulla battaglia infinita tra bene e male e sulla continua tentazione, il continuo rischio di caduta nel baratro delle creature del Signore. Lo studio della psicologia delle masse - e su questo Elias Canetti in “Massa e potere” ha scritto parole memorabili - evidenzia quanto infido e oscuro e terribile possa essere quel mostro mitologicoo che ondeggia e fluttua e riverbera e diventa detonatore delle pulsioni più ancestrali e irrazionali - l’assalto ai forni di Manzoni o il macello di piazzale Loreto sono solo gli esempi a noi più noti fra i mille che si potrebbero fare - e dimostra che non c’è nulla di più sbagliato del vedere nella democrazia diretta la vera democrazia. La democrazia diretta è solo e soltanto il trionfo delle ventri, della ribalderia, della manipolazione.

C’è il demonio dentro ogni persona, questa è la verità. E c’è il demonio, amplificato mille volte mille, dentro l’incunabolo oscuro delle masse. È’ per questo che il vero compito della civiltà - così come di ogni singola persona - deve essere un quotidiano, faticoso, disperato tentativo di respingerlo e zittirlo e ricacciarlo nei più profondi recessi dell’animo, nelle segrete più inviolabili dei modelli sociali. Ed è qui, allora, e siamo finalmente arrivati al punto, che diventa centrale il ruolo del politico. La sua sapienza. La sua intelligenza. La sua differenza. La sua diversità dagli altri, il suo essere altro. Perché il politico non deve essere come noi. Deve essere migliore. E anche di molto. Deve saper vedere più lontano, deve saper scegliere, dirigere, deliberare senza essere ostaggio della base, degli iscritti, della gente. Deve prendersi la responsabilità del comando, della decisione, del rischio. Sapendo quanto sia importante rappresentare una comunità che ti ha dato il suo voto e quanto sia ancora più importante non diventarne la preda, il ruffiano, il pupazzo. Solo chi ha paura della natura degli uomini riesce a lavorare per il loro bene, chi infila le mani e i piedi nel truogolo del populismo in realtà li disprezza. Questa è la verità del circo della peggio politica.


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