Quote rosa al governo  Il merito non ha sesso

Quote rosa al governo

Il merito non ha sesso

Di solito le cose vanno così. La sinistra è la quintessenza della noia, del grigiore, dei pensieri piccini, dei piccoli livori, dei piccoli rancori, dei carognini dell’oratorio, e depressione e tristezza e upupe e pipistrelli e cespugli che rotolano nel deserto e sedute di autocoscienza e nannimorettismi ed eccebombismi e ricordati che devi morire e via così.

La destra invece, è sinonimo di buonumore, appena uno incrocia uno di destra la si butta subito in caciara e ci si dà di gomito e si parcheggia in tripla fila e si motteggia che qui è tutto un magna magna e qui il primo che si alza comanda e qui il più pulito c’ha la rogna e noi sì che capiamo il popolo e amiamo il popolo e rappresentiamo il popolo. Tutto vero.

Ultimamente, però, a sinistra, forse invidiosi della leggerezza circense che qualifica le giornate degli altri, hanno deciso di adottare lo stesso stile di vita, prendendo alcune posizioni talmente spassose che agli osservatori neutrali pongono ora un fondamentale dilemma, un po’ come quando ci si confronta su chi è meglio tra Charlie Chaplin e Buster Keaton: fa più ridere la destra o la sinistra?

La fiammeggiante polemica sull’assenza di donne dalla delegazione ministeriale del Pd, oltre a regalare momenti di grande ilarità, la dice lunga sul livello grottesco del dibattito culturale nella nostra repubblica delle banane, parità di genere inclusa, purtroppo. Insomma, non appena l’algido premier ha letto la lista dei ministri, sul versante femminile sinistro è partito il circo Barnum. Indignazione, indignazione, indignazione, altissimi e indignati lai di indignata indignazione, e farabutti e mascalzoni e maschilisti e machisti e sessisti e fascisti e nazisti e intollerabile vulnus ai diritti democratici e intollerabile sfregio alla parità uomo-donna e intollerabile ferita a decenni di eroiche conquiste delle eroiche lavoratrici e bla bla bla.

Ma l’aspetto davvero curioso della faccenda è che nello stesso momento in cui si rivendica la centralità della parità di genere - e ci mancherebbe altro, sull’eguaglianza tra cittadini non si scherza - e si afferma quanto le donne siano autonome e indipendenti e competenti e resilienti e preparate e motivate - e anche qui siamo tutti d’accordo - e non hanno bisogno di alcun aiuto, di alcuna mancia, di alcun favore, che fanno le nostre intellettuali, le nostre politiche, le nostre suffragette degne eredi della mitologica Emmeline Pankhurst?

Si lamentano con il presidente della Repubblica - uomo di grande potere - e il presidente del consiglio - uomo di grandissimo potere - e il segretario del Pd - uomo di piccolo potere - cioè tre tipici maschi alfa, per non avergli dato un ministero. Cioè, l’indipendenza, l’autonomia e la competenza delle donne passa comunque dal chiedere a dei maschi potenti di concedere loro graziosamente qualche posto nella stanza dei bottoni. Non è una leggerissima contraddizione in termini?

Ma non è finita qui. Se è vero che Mattarella e Draghi hanno deciso tutto da soli e che i partiti hanno saputo i nomi dei ministri solo pochi minuti prima della comunicazione ufficiale, il povero Zingaretti non può essere incolpato di nulla, perché tutto il sessismo è a firma Mattarella-Draghi. E allora, come mai il segretario lo hanno appeso su per i piedi a piazzale Loreto e nessuna - nessuna! - ha osato prendersela con gli altri due? Questo si chiama paraculismo, specialità tra l’altro molto maschile. E il malcapitato Zingaretti è sprofondato ancor di più nel ridicolo quando, in un fantozziano tentativo di recupero, ha promesso che tutti i suoi sottosegretari saranno donne. Cioè, ai maschi i posti che contano, alle donne quelli che non contano, e si può pure ironizzare su ciò che rappresenta il termine “segretaria” nel più bieco stereotipo maschilista italiota. Non c’è niente da fare, il Pd è un partito meraviglioso…

Ma questo strafalcione evidenzia un deficit culturale gravissimo. L’indignazione in politica è un’arma spuntata, perché si tratta di un temine moralistico prodotto dalla subalternità: una volta che ti sei indignata, sei a posto con la coscienza e torni a infornare il polpettone in cucina mentre lui guarda la Coppa Uefa in tv. E poi, come mai a sinistra ci si indigna sempre a corrente alternata? Come mai quando qualche donna di destra diventa ministro - la Carfagna, tanto per non fare nomi, per non parlare della Meloni - parte una gragnuola di insulti sessisti da far rabbrividire, che il primo che passa per la strada si sente autorizzato a darle della zoccola, e dalle donne di sinistra non si sente mai un fiato? Che c’è, le donne di sinistra sono tutte premi Pulitzer e madonnine infilzate e quelle di destra tutte analfabete e professioniste da postribolo felliniano?

E poi, sarebbe il caso di ricordare la regola numero uno della politica, e della vita. Il potere non si chiede. Il potere si prende, perché nessuno te lo regalerà mai. Non si piagnucola su quelli che ce l’hanno con le donne: li si combatte, li si affronta e li si batte. Risulta a qualcuno che Margareth Thatcher, uno statista con i controfiocchi, abbia umilmente chiesto, nel paese più maschilista d’occidente, se per cortesia la facevano diventare capo dei conservatori prima e primo ministro poi? Ha sbranato gli avversari, con la ferocia e il talento di quelli che sono meglio degli altri. E Golda Meir in quell’idillico paesino che è Israele? E cosa ha fatto la Merkel, l’unico vero grande politico degli ultimi vent’anni, che arriva pure dalla Germania dell’Est e che di certo non ha potuto far leva su un fisico da pin-up?

La verità è che non dovrebbero esistere quote garantite per nessuno. Si parte tutti alla pari - uomini, donne, ricchi, poveri, alti, bassi, bianchi, neri, gay, etero, gentili, ebrei - e ci si affronta tutti sullo stesso campo. Chi è bravo gioca, chi lo è meno sta in panchina, gli altri guardano la partita dalla tribuna. Prima lo capiremo tutti quanti - donne comprese - prima ci sarà finalmente un po’ di giustizia.


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