Umbria, la vittoria  dei due Mattei

Umbria, la vittoria

dei due Mattei

“L’è tua, l’è mia, l’è morta l’Umbrìa (con l’accento sulla i)” è un proverbio dei nostri vecchi. Dopo le elezioni di domenica, l’Umbria con la i senza accento è ancora viva ma qualche caduto, in senso politico, c’è stato. Prima, però, tocca parlare di chi da queste urne seppur non cinerarie è risorto. Bastava vederlo in faccia, domenica sera, Matteo Salvini. Una roba da oscurare “Gongolo”, il celebre nano di Biancaneve sempre contento. Altro che la persona torva e spaventata dalla crisi di governo del Mojito. Sprizzava gioia da tutti gli exit poll, piacere sconfinato davanti alle proiezioni, compiacimento con i risultati.

Comunque un trionfo per il Matteo reduce dal duello con l’omonimo, che pure assente nella competizione, ha avuto un ruolo e ne parleremo. A nulla sono serviti l’harakiri del governo “Conte uno” color gialloverde e gli strascichi continui del Metropol. L’ex ministro dell’Interno era conscio che se non avesse vinto, anzi stravinto, nella terra di San Francesco e Iacopone da Todi, per lui sarebbero arrivati tempi grami. E invece così si terrà stretti nel pugno la Lega e l’intero centrodestra sempre più color sovranista con turbo Fratelli d’Italia e Forza Italia a serio rischio di marginalizzazione. Eh sì, ha avuto voglia il Berlusca all’ennesimo canto del cigno a ritirar fuori dall’armadio l’idea delle tasse al 30% ormai logorata dalle tarme. Non ha attecchito. E adesso per gli azzurri sarà una giostra con qualcuno che vorrà fermare e scendere. Ecco i primi caduti nella verde Umbria. A seguire i pentastellati. L’alleanza con il Pd non ha pagato e lo sapevano anche i bit della piattaforma Rosseau. Ma così… Del resto Giggino sempre più traballante e compagnia non sono fatti per essere alleati con chicchessia. Non a caso avevano evitato esperimenti con gli ex amici leghisti nelle altre Regioni, soprattutto perché non serviva a nessuno. Hanno cantato “prendi questa mano Zinga (retti)” perché costretti a sostenersi vicendevolmente. Ma i loro elettori non hanno capito.È andata bene al Pd perché chi è rimasto ormai ha messo su uno stomaco di acciaio e digerisce tutto. Sul dato del Nazareno vale la pena soffermarsi. Vero che non c’è stata una sola goccia di sangue perduta rispetto alle Europee e che gli elettori renziani in assenza del loro vessillo hanno fatto rientare i voti all’ex casa madre. Ma il 13% lasciato sul campo nel confronto con le precedenti amministrative deve contribuire alla riflessione sul modo in cui, al netto dello scandalo sanitario che ha determinato la fine della giunta di Catiuscia Marini, sono state amministrate negli ultimi anni le quasi ex Regioni rosse. Forse con la presunzione che tanto comunque votavano a sinistra da circa 50 anni e sarebbero andati avanti a prescindere. Invece no. L’elettore non è il popolo bue che continuano a vedere molti politici. E anche una manovra finanziaria costruita come al solito per non scontentare nessuno e che ha finito per far arrabbiare tutti ha avuto il suo peso nella bilancia elettorale umbra.

Ma di Renzi allora quando ne parliamo? Si sarà chiesto qualcuno. Ecco, l’altro vincitore è proprio lui l’altro Matteo che non è sceso in campo. E proprio per questo ha portato a casa il risultato. Anzi più di uno. Il primo è che il governo durerà, magari rinchiuso nel suo ridotto parlamentare. Ma visto che l’alternativa sono le elezioni politiche adesso né il Pd né tantomeno i Cinque Stelle possono immaginare di provarci. Sarebbe stato più facile in caso di vittoria in Umbria. Perciò Renzi avrà il tempo per continuare a costruire il suo progetto politico e tentare il ritorno a palazzo Chigi dove Conte siederà un po’ più ammaccato. Inoltre l’ex tante cose (sindaco, segretario e premier) non dovrà neppure scuotere la pianta per raccogliere qualche altro transfuga nella sua Italia che potrà essere più viva. Quando toccherà alla Toscana decidere il proprio futuro, Pd e Cinque Stelle si troveranno davanti un Ghino di Tacco al cui confronto la buonanima di Bettino impallidirebbe. Certo il quadro è quello che è: molto Goya con un governo costretto ad andare avanti più debole e certo diviso. Con i Cinque Stelle tra polveriera e zattera in affondamento da abbandonare e capitan Giggino fragile come un fuscello e il Pd afflitto dai cronici mal di pancia che potrebbero acutizzarsi. Ma a parte questo, alla fine, tanto rumore per nulla. L’Umbria, senza accento sulla i, non ha cambiato un gran che.


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Francesco Angelini Capo redattore centrale

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