L’azzurro a chilometro zero        Iovine: «Ecco la mia favola»
Alessio Iovine, 30 anni, durante la partita di Coppa Italia con il Catanzaro

L’azzurro a chilometro zero

Iovine: «Ecco la mia favola»

Gioca nella squadra del cuore che si allena a 100 metri dalla casa di famiglia. «Io in B? Me l’avessero detto non ci avrei creduto»

Alessio Iovine, l’azzurro a kilometro zero. Pensate un po’: non solo chiamato a giocare nella sua squadra del cuore quando forse ormai non ci sperava più; ma ritrovarsi ad allenarsi sui campi a 100 metri da casa, vicino al parchetto dove a 5 anni andava a tirare i primi calci al pallone, e sullo stesso terreno dove (a 6 anni) muoveva i primi passi da giocatore, nella Bregnanese. La stradina tra le villette che percorreva con il fratello Mattia per andare al parchetto, oggi può farla con il borsone del Como sulle spalle. «E’ stato un bel viaggio, inaspettato. Sì, una favola dai...».

Il campetto

«Giocavo proprio qui, dietro il centro sportivo. Poi a furia di rompermi dita sugli spigoli di casa e scheggiare piastrelle in salotto, i miei (papà Vincenzo e mamma Stefania, ndr), mi hanno mandato alla Bregnanese. Tre anni lì, poi il provino al Como e cinque anni in azzurro». Una delle tre fasi fondamentali di questa storia. Per le altre due, però, ripassare più sotto...

«Il settore giovanile del Como era una caserma. In senso buono, eh. Capelli corti, scarpe nere, risultati a scuola, ore e ore a palleggiare. Ogni giorno mi chiedevo: ma domani devo andare ancora a palleggiare? Ma è stata una fortuna: quando Gattuso mi ha visto calciare con il peso della spalla giusto e il braccio largo, mi ha subito detto: “settore giovanile, eh?”. Per qualche giorno da bambino mi ha allenato anche Borgonovo. Ricordo una partita che vincemmo, ma eravamo tutti tristi perché ci avevano detto che avevamo giocato male. Tempra!».

Fondamentali quegli anni, anche per altri motivi: «Diventai tifoso del Como. Cominciammo ad andare alle partite con gli altri compagni e con la famiglia. Adesso siamo tutti tifosi, anche la mamma (che vede le partite pure da volontaria della Cri). Con mio fratello, da più grandicelli, siamo andati anche in trasferta: a Novara il giorno della retrocessione, ai playoff di D, alla promozione di Corda, alla sfida con il Bassano... Ma tornando ai pulcini, i ricordo che facevo il raccattapalle, specie in B, nel 2004. E siccome la squadra perdeva sempre, quando all’intervallo noi bambini palleggiavamo e la palla finiva in rete, la curva faceva un boato di orgoglio. Che emozione...».

Poi il fallimento, il passaggio al Meda, il ritorno alla Bregnanese, il Mariano, l’Olginatese: «Ero un ragazzo che inseguiva la sua passione, ma non facevo programmi, non mi chiedevo se sarei diventato professionista. Oddio, all’esame di maturità lo dissi alla commissione d’esame: “voglio fare il calciatore”. E un prof mi rispose: “Hai 19 anni, ormai meglio se cerchi altro”». Ma arrivò la svolta 2: «Ero in auto, mi chiamò Alessio Tacchinardi che allenava la Pergolettese: “Vuoi venire a giocare con noi?”. Primo contratto vero, in C2. Per me era già un bel traguardo». E al Sinigaglia da avversario: «La prima volta in amichevole con il Mariano, e c’era Di Chiara nei distinti che urlava come un ossesso: 5-2. Poi ci ho giocato con il Renate e la Giana. Era strano essere avversario del Como». Svolta tre: «Ero in Messico, mi chiama il procuratore: “ti cerca il Como”. Ho guardato il telefono stranito. Mi sembrava un sogno, ero dall’altra parte del mondo, sotto choc... Chiamai i miei: Indovinate chi mi ha cercato. E mia mamma: “La Juve?!”. Esagerata! Mio fratello indovinò subito: mi diceva che prima o poi mi avrebbero chiamato».

La serie B

Di nuovo a casa. Trovando, pensa te, il suo vecchio compagno di scuola Ale Camagni come addetto alla comunicazione. La favola è continuata: «Se quando sono arrivato mi avessero detto che sarei stato promosso dalla C giocando da terzino e poi avrei giocato titolare in B, francamente non ci avrei creduto». Appunto: titolare fisso l’anno scorso e quest’anno, al punto da costringere il mister a mettere in panchina uno a turno tra Chajia e Parigini: qual è il segreto? «Ho sempre affrontato i passi della mia carriera con umiltà, testa sulle spalle e dedizione. La mia filosofia è fare squadra, capire con chi gioco e cercare di inserirmi nel meccanismo nella maniera più funzionale alla squadra. Do il massimo, e se serve sono contento». E la B dal campo è un’altra cosa: «Mi hanno colpito Palacio per la tecnica e Buffon per l’atteggiamento: ha salutato tutti. Ma ogni partita qui c’è qualcuno che mostra grandi qualità. Un calcio diverso da quello che ho giocato sinora, il salto è importante. Non immagino cosa possa essere la serie A...». Magari avrà tempo di scoprirlo: le favole non hanno limiti.


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